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Uno stimolo.

PREMETTO che sono vaccinato, che personalmente avrei imposto l’obbligo vaccinale (sentito parere scientifico qualificato, non quello di politicanti professionisti), che ho grandi perplessità sulla legittimità del cosiddetto Green-pass.
CONSIDERO pericolosissima la forma di controllo che questo governo sta insinuando nella libera esistenza di ognuno di noi, ottusamente cinica la gestione esclusivamente economico-politica-militaresca di una pandemia, l’oligarchia gestionale imposta dalla casta economica con l’avvento di un discutibile banchiere al timone del Paese.
SUGGERISCO di porre più attenzione alla incostituzionalita’: della disoccupazione a fronte della massa di lavoro nero diffusa in ogni dove, della blindatura del mondo della scuola di ogni ordine e grado di fronte all’arretramento culturale dell’intera società italiana, della gran massa di pensioni da fame a fronte di inauditi privilegi di un ristretto gruppo di persone rese sempre più “aristocratiche”, la supremazia degli interessi economici a fronte dei servizi e del benessere che andrebbero garantiti ai cittadini, un Parlamento svuotato da ogni possibilità di incidere sul futuro a fronte di accordi e contratti stipulati in segrete stanze.
NON CONDANNO chi protesta.
RACCOMANDO maggiore attenzione alle priorità!

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I TALIBAN DE’ NOANTRI

I Talebani sono un gruppo di fondamentalisti islamici formatisi nelle scuole coraniche che, conquistato il potere, hanno imposto un regime teocratico basato sulla rigida applicazione della legge coranica, interpretata come più mi conviene. E quando si è integralisti a convenienza, non importa in quale credenza, si diviene pure radicali, oltranzisti, oscurantisti ed intolleranti, con le conseguenze che tutti vediamo ogni giorno.

Ma non c’è bisogno di nascere in Afghanistan per compiere questo percorso ideologico! Io riscontro che anche nel nostro mondo, cosiddetto occidentale, c’è chi compie lo stesso percorso e giunge alle stesse conclusioni; altrimenti non si capisce il numero di femminicidi che annoveriamo ogni anno, soprattutto in Italia, la crescente intolleranza per tutto ciò che non rientra nella nostra egoistica ed opportunistica visione delle cose, l’estremo abbandono della cultura sociale e della solidarietà per adorare l’apparire e l’avere, il cammino a ritroso fin quasi ad emulare la struttura civica medioevale, ecc. ecc.

Punto il dito ed avverto la necessità di lanciare l’allarme, prima che diventino troppi e facciano proseliti, anche per i “nostri Taliban”!

…e chi vuole intendere, intenda!

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16/09/2018

“L’incondizionata libertà di stampa costituisce elemento portante e fondamentale della democrazia e non può essere oggetto di insidie volte a fiaccarne la piena autonomia e a ridurre il ruolo del giornalismo. Una stampa credibile, sgombra da condizionamenti di poteri pubblici e privati, società editrici capaci di sostenere lo sforzo dell’innovazione e dell’allargamento della fruizione dei contenuti giornalistici attraverso i nuovi mezzi, sono strumenti importanti a tutela della democrazia. Questa consapevolezza deve saper guidare l’azione delle istituzioni”.

Certo Signor Presidente, Ella ha ragione, come sempre quando teorizza. Ma nella pratica, in Italia e non solo, non è così e non era così neanche prima di questo governo, quand’anche Ella ha praticato un prolungato e pronunciato silenzio.

Ella sa bene che le fonti informative sono oggi appannaggio prevalentemente di potentati economici e di lobbies; pertanto il giornalista diviene pennivendolo non appena sottoscrive il contratto di collaborazione con l’editore: tu mi paghi per ciò che dico e se ciò che dico non ti piace tu non mi paghi più! In questo modo si è già esclusa la piena libertà individuale di espressione del singolo operatore dell’informazione. Se poi rimarchiamo l’oligopolio imperante nel nostro Paese rispetto alla casta dominante che da esso viene abbondantemente foraggiato, si può tranquillamente dedurre che il flusso di informazioni in uscita è fortemente viziato dalle esigenze di marketing economico dello stesso, non potendosi permettere voci fuori dal coro o l’insorgere di dubbi. E qui si perde per ignote strade un’altra delle qualità da Ella menzionate: la credibilità.

Detto questo appare naturale che le società editrici (e già parliamo dell’ultima ruota del carro del sistema informativo) capaci di sostenere… potranno tutelare la democrazia a patto di trovare i fondi necessari al rinnovamento. Originariamente era parso idoneo che lo Stato si facesse parzialmente carico di tale necessità, ma la storia ci dice che ciò non ha favorito l’indipendenza delle opinioni, ma addirittura invogliato la speculazione economica della proprità del mezzo informativo: la notizia deve vendere di più per prendere più finanziamenti e non si prendono più denari grazie alle capacità di invogliare il mercato ad acquistare la nostra notizia. Cioè: togliere il finanziamento pubblico all’editoria non limiterà la libertà d’espressione, ma eviterà la speculazione e livellerà un po’ di più le forze in campo, consentendo un risultato dell’informazione tanto più lusinghiero quanto più vicino alla sensibilità di chi riceve le informazioni.

E come Ella dice che “questa consapevolezza deve saper guidare l’azione delle istituzioni” non fa altro che rafforzare nelle istituzioni la convinzione di essere sulla giusta strada e di poter riuscire con tale provvedimento a spezzare quel cerchio magico che massifica l’informazione in un’unica direzione e, automaticamente, ne limita fortemente la libertà.
Un ultimo pensiero del quale Ella vorrà fare tesoro: non avendo mai avuto nulla da eccepire nei mesi ed anni trascorsi sulla qualità dell’informazione in Italia, perché proprio oggi (che ancora nulla è cambiato) Ella ha voluto porre l’accento su un previsto provvedimento di carattere economico e non ha sentito il dovere di richiamare a principi etici e morali quanti di questo nobile mestiere ne hanno fatto prostituzione? Sarebbe stato più consono ad una situazione che è sotto gli occhi di tutti e che si fa finta di non voler vedere, ad incominciare da chi dovrebbe essere arbitro imparziale; invece Ella pare dimostrare, di fatto, di non essere tale nel cercare di condizionare le scelte di un governo, eletto a maggioranza dal popolo, all’alba di una scelta politica programmata e nota e che non contravviene ad alcuna norma che la nostra Costituzione obblighi a seguire in tale argomento.

Nel ringraziata per l’attenzione ch’Ella vorrà mostrare a quest’umile missiva, passo senz’altro a salutarLa distintamente.

Un Cittadino Italiano che ama informarsi correttamente.

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L’IGNORANZA, QUESTA IGNORATA

La nostra millenaria civiltà dell’insieme dei popoli italici è ormai inesorabilmente in declino. Difficile dire quando il processo involutivo sia iniziato, ma so con certezza che ho creduto nei benefici della rivoluzione culturale del ’68 e che ho capito soltanto adesso quanto può aver fatto anche male.

Se una civiltà la si valuta dalla capacità di apprendere dal passato per proiettarsi nel futuro, l’errore più grossolano l’abbiamo commesso nei confronti del mondo della scuola: non abbiamo compreso che non era il nozionismo da togliere, ma lo spirito critico per incasellare correttamente le nozioni da aggiungere!

Così dapprima abbiamo cancellato le conquiste sociali riassunte nello studio dell’educazione civica; quindi siamo passati alle date campali della storia, tanto che non si sa più se è venuto prima Carlo Magno o Napoleone; conseguenza logica di tale aberrazione è stato lo svuotare di significato lo studio dei luoghi ove la rinnegata “magistra vitae” si era sviluppata, cancellando di fatto la geografia; della letteratura neanche a parlarne, ché nessuna importanza ormai più riveste lo struggimento di Leopardi antecedente l’ermetismo di Quasimodo o successivo al dramma di Shakespeare.

E in tutto questo i docenti, latori di una marea di sacrosanti diritti, perché non sono stati anche latori del sacrosanto dovere di trasmettere ai discenti tutto il loro sapere? E in 50 anni tale categoria di professionisti della formazione quanto si è impoverito col passare il testimone alle nuove generazioni che sopravvenivano?

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un popolo che tace e non si ribella ad un mare di nefandezze, distratto dall’apparire del sobillatore di turno, possibilmente il più ignorante e quindi il meglio compreso.

Vi prego, ripartiamo dalla scuola!

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LA RAI È DI TUTTI NOI!

Sono nato nell’agosto 1953.
Le Radio Audizioni Italiane S.p.A. il 4 Gennaio 1954 iniziano a trasmettere sull’unico canale televisivo alle ore 12:00 i primi programmi, cambiando l’Aprile successivo la denominazione in RAI-Radiotelevisione Italiana. Nello stesso anno, la sera, prese avvio il più longevo programma italiano: La Domenica Sportiva.
Pertanto si può tranquillamente dire che la RAI ed io siamo cresciuti insieme!

Non posso dire che non sia affezionato a chi, a torto o ragione, ha contribuito in maniera sostanziale e significativa alla crescita culturale e civica di un intero popolo, soprattutto nel primo ventennio di trasmissioni. Ricordo il maestro Manzi e Mario Riva, Carosio e Mike Bongiorno, la TV dei Ragazzi e il Carosello. Soprattutto ho vivissimo il ricordo della sigla d’inizio delle trasmissioni, il cosiddetto “baffo”, in bianco e nero, con la terra che gira sotto al propagarsi delle onde radio ed una musica in maestoso crescendo che ne accompagnava l’ascesa (se ricordo bene estrapolata dal Guglielmo Tell).

Non per nostalgia della sua e mia giovinezza ne caldeggio una conservazione, ma per la consapevolezza ch’essa è stata utile agli Italiani e lo potrebbe risultare ancora a lungo in futuro se…

Sono poi sopravvenute tante cose, tanta acqua è passata sotto i ponti, e come il sottoscritto è cresciuto ed ha affrontato nuove esperienze, così la televisione italiana ha dovuto affrontare le sue: nel 1974 nacque la mitica Radio Milano International ed a seguire una miriade di “radio libere” locali e, pochi anni dopo, di “televisioni libere”. Libere perché respiravano ancora l’entusiasmo senza confini del post ’68 e si contrapponevano agli stereotipi ingessati della RAI di stato: trasmissioni alla ricerca di nuovi linguaggi e rispondenti maggiormente alla dinamica evolutiva dell’audience.
Ma, per sopravvivere economicamente, bisognava cercare sponsor e gli sponsor pagavano se il loro prodotto veniva correttamente promosso. Così la “libertà” d’espressione si è andata viepiù assoggettando ed asservendo alle leggi di mercato, non più alla ricerca di nuove strade espressive e perdendo l’attrazione verso un istintivo moto di ribellione antisistema.
La RAI, incapace di modernizzarsi grazie alle pastoie di una conservatrice lottizzazione politica, prevalentemente democristiana, nonostante un tardivo scimmiottamento di spettacoli visti altrove, è andata man mano perdendo consenso presso la platea di spettatori, consumando nel tempo il massivo bacino d’utenza creatogli dal monopolio statale; il tutto a favore di televisioni sempre più imperniate sullo sfruttamento commerciale delle trasmissioni, fino a giungere ai giorni nostri e ad una piatta e ripetitiva programmazione, perlopiù degradata e degradante sia per la televisione di stato che per quella generalista.

Mentre quest’ultima è destinata ad essere schiava di un mercato, quindi assoggettata alle leggi economiche del libero mercato (ma quanto libero?) e non deve essere un problema degli Italiani come essa possa uscirne viva (semmai è un problema dell’imprenditore che investe!), la televisione di stato deve tornare ad essere un servizio offerto ai cittadini che, non solo pagano le tasse, ma sono obbligati a versare anche l’attualmente più vilipeso orpello: il canone RAI!

E per “servizio”, oltre all’apprezzabile e comprensibile intrattenimento, si deve intendere un’obiettiva ed aggiornata informazione, la ricerca e la promozione dell’arte (di tutte le arti, quelle maggiori e quelle cosiddette minori!), della cultura nazionale ed internazionale, della convivenza civica e, grazie alle moderne tecnologie, dell’interazione fra azienda di stato e popolazione.

Solo così si giustifica una “televisione di stato”. E solo così ci si può impegnare affinchè un patrimonio di decenni non svanisca nel nulla e risulti ancora in grado di farsi strumento di crescita e promozione della nostra società.

Meditate gente, meditate…

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…e va bene così?

Un sogno, un’utopia, sono meravigliosi perché irraggiungibili, ma così belli e vividi da non cancellarsi nemmeno al risveglio. Così ti dedichi a promulgarlo, a far innamorare gli altri della tua visione, ad indicare una meta, irraggiungibile forse, ma desiderata condivisamente da tutte le persone oneste. E questo tendere, senza mai giungere alla meta, è una positiva evoluzione perenne, migliore di qualsivoglia obiettivo raggiunto e destinato a fermarci. Un viaggio senza fine, insomma, da fare in compagnia con l’intento di migliorare noi stessi, i nostri vicini, il nucleo sociale del quale facciamo parte.

Tutto bello a parole, ma non sta funzionando!

Certamente l’assenza di una cultura storica e di una storia politica hanno il loro peso, ma non basta a spiegare una debacle che sta divenendo clamorosa; né è sufficiente aggrapparsi all’alibi della disorganizzazione, della difficoltà di comunicazione, della dissociazione fra strada e poltrone. C’è di più: un contratto più impegnativo di quanto inizialmente valutato, una vita di pomposi slogans lontani dalle effettive esigenze della gente, un depauperamento sistematico della libertà di sognare, un pensiero unico delegato ad un uomo unico con un’unica soluzione: governare a tutti i costi. E ciò che abbiamo fatto di tutto per evitare sta avvenendo sotto i nostri occhi: stiamo consegnando il Paese alla destra più becera e qualunquista e ignorante della storia d’Italia!

È non mi parlate di post ideologia! Il “post” è stato enunciato, ma non è reale! Siamo un Paese intriso di ideologie; basti guardare chi loda il razzismo, il sopruso, il buonismo, il populismo, il sovranismo, l’opportunismo, il garantismo, il negazionismo, il Marxismo e il Fascismo, ecc. ecc. E tutto ciò soltanto per partito preso, senza elaborazione critica, assorbito alla bisogna dai Media. Non siamo e non saremo per molto tempo post ideologici, ché queste anime permangono anche nel Movimento! Forse sarebbe più onesto dire che si cerca di armonizzare tali anime, concrete, non di fare come gli struzzi e negarne l’esistenza!

SI discute, inoltre, di apparentamenti, più o meno controllati e controllabili, ma di fatto ci si ritrova sui territori a sbandare da un lato e dall’altro non per portare avanti la nostra visione sociale, ma per scegliere la meno peggiore, ormai anche noi disillusi e scollati dalla nostra visione, sconfitti in partenza. Ha quindi ragione Fico a chiedersi: “chi siamo diventati?”. Ma siamo capaci di stupirci del fatto che il nostro contraente di governo ci sta fagocitando! Mistero della fede…

Non so se questo Movimento, con questa leadership, con le proposte organizzative formulate opportunisticamente, possa ancora sopravvivere, ma non ci vuole la sfera di cristallo per ipotizzare che in questo modo risulta soltanto funzionale ad un sistema che aveva bisogno di un nemico per legittimarsi definitivamente. E noi rappresentiamo il caso ideale, ancor più dopo il dannoso ed inutile plebiscito per le gesta d’un capo politico carismatico, sì, ma assolutamente inadatto a ricoprire tale ruolo.

Pertanto, personalmente, vedo soltanto una possibilità di riscatto degna di considerazione: staccare la spina all’esecutivo e tornare a fare capillare opposizione ovunque. Non siamo nati per governare, ma per indicare la strada e delimitarla con paletti, ruolo molto più importante e fondamentale per il futuro delle generazioni che seguiranno; permeando tutte le realtà sociali, Media in primis, istituzioni locali in secundis; terzius… lo lascio alla vostra infinita valutazione.

Non voglio essere, seppur nolente, artefice o complice di un’involuzione sociale che appare sempre più tangibile e che ben difficilmente, una volta instaurata, potrà più essere sconfitta. Io voglio continuare ad essere rivoluzionario e invoco i giovani a fare altrettanto: il dovere di un popolo è e sarà sempre il ribellarsi alla tirannia, qualunque colore abbia, ed ai sistemi precostituiti che privilegiano degli uguali più uguali di altri.

A buoni intenditori… poche parole.

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Ho conosciuto…

Ho conosciuto gente di sinistra più fascista dei fascisti, gente di destra più rivoluzionaria dei rivoluzionari, democristiani che bestemmiavano e comunisti che andavano in chiesa, fascisti che proteggevano ebrei e socialisti che accumulavano ricchezze, cristiani che hanno creato la Risiera di San Saba ed atei che hanno dedicato la vita ai diseredati.

Oggi mi chiamano populista, con disprezzo, soltanto perché penso che il mio popolo, questo popolo, abbia il diritto di un futuro migliore; non si rendono conto che ne faccio parte e appartengo a questo popolo; non avrei messo al mondo dei figli se non avessi avuto la speranza che l’essere umano sia in grado di volare più alto, magari vicino alle stelle.

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Le chat, queste incomprese!

Ieri mattina sono stato svegliato all’alba dalle notifiche sonore di una chat politica nella quale sono inserito. Forse perché 2 Giugno, forse perché appena passato un temporale, fatto sta che altri amici non riuscissero a dormire benché fosse anche domenica.

Come spesso accade nelle chat ove insistono numerosi eterogenei iscritti, ove lo scritto non trasmette emozioni e toni di chi si esprime, l’incomprensione è all’ordine del giorno ed a volte basta un pronome o un aggettivo che appaiano inappropriati ad un lettore per scatenare feroci polemiche. Non entro nel merito della diatriba, che nemmeno ricordo bene per quanto fossi insonnolito, né me la sento di poter avvallare istanze di uno o di un altro contendente, ma dopo l’istintivo desiderio di buttare acqua sul fuoco sono rimasto lettore inerte fino all’esaurimento della polemica stessa, vuoi per stanchezza, vuoi per rancore, vuoi per esaurimento dell’argomento.

Una sola considerazione continua da allora a girarmi in testa: benché ormai più vicino all’età dei contendenti piuttosto che a quella dei più numerosi partecipanti abbondantemente più giovani, in quelle ore passivi per il probabile sonno dei giusti, mi sono chiesto se possiamo continuare, noi di una certa età, a ricordare “io ho fatto questo… io ho fatto quello… io dicevo… io ero…”?

Quando si trasmette un vissuto, si trasmette talvolta la storia! E ben difficilmente la storia è fatta dal singolo! Ma, soprattutto, oltre ad un doveroso “noi” che coinvolgerebbe almeno la generazione coeva che ci circondava, un qualsivoglia racconto rivolto ai giovani non deve prescindere dai motivi che spinsero ad agire e non deve privarsi del piacere di lasciare il testimone, ove il caso, e la speranza di giungere all’obiettivo. Al ventenne non interessa cosa tu hai fatto ai tuoi tempi, ma quale risultato utile hai ottenuto, se hai salito un gradino sufficiente ad aiutarlo a salirne un altro nella stessa direzione. L’amarcord fine a se stesso risulta nostalgico per te e noioso per chi ascolta.

Se le generazioni dei più anziani, invece di ricordare tempi migliori e gesta epiche (perché epica era l’età!) avessero spietatamente raccontato gli errori commessi, le illusioni incantatrici nelle quali giacquero, le tentazioni subite per rientrare nei ranghi, gli strumenti neoliberisti che li hanno costretti all’integrazione… beh, a quel punto forse avremmo preparato delle generazioni successive ad una maggiore critica e ad una maggiore libertà di pensiero.

Ricordarsi di essere divenuto in qualche modo un eroe inutile non fa che rigirare il dito nelle nostre piaghe e, al massimo, farci compatire da chi scriverà la storia dopo di noi. Molto meglio restare sulla breccia, rimanere assolutamente presenti al tempo attuale!

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Ciao Darwin

Da buon materialista sono stato sempre affascinato dall’enunciazione della teoria dell’evoluzione delle specie di Darwin e tutte le sue messe a punto e/o critiche successive.

Mi affascina e stupisce la modifica di zampe in pinne, la crescita del collo della giraffa piuttosto che quella del naso dell’elefante, la coda caduca delle lucertole o il gonfiarsi del rospo per apparire più grosso. Una marea di mutazioni genetiche meglio atte ad affrontare i tempi ed i luoghi nei quali si verificavano.

E, diversamente da quanto asserito e creduto da Darwin, tali mutazioni avvenivano nel lampo di un’esistenza, fra altre migliaia infauste e negative. Solo la mutazione vantaggiosa rendeva più forte e longevo il soggetto che la subiva; e in tal guisa egli poteva trasmetterla definitivamente alla prole.

L’ho detta semplice, ma semplice non è affatto!

Questo per dire, visto che son sempre lo stesso materialista di prima, che ritengo abbia subito lo stesso destino anche il cervello umano, pur se ultimo arrivato sulla Terra. Siamo ben lungi dal raggiungere la perfezione delle zampe della balena trasformate in potente pinna caudale, ma se riusciremo a sopravvivere alla nostra attuale imperfezione…

2001 Odissea nello spazio, ultima parte, la nascita di un nuovo uomo; oppure l’inspiegata essenza, più tangibile, dei cosiddetti bambini indaco, tanto per fare due esempi, potrebbero essere l’alba di questo nuovo salto evolutivo dell’essere umano.

Certo, a vedere i risultati italiani delle ultime elezioni europee… vien da pensare che non siamo certamente noi il popolo che si evolve!

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Cogito, ergo sum

C’è una nuova Politica ed una vecchia politica.
C’è una buona Politica ed una cattiva politica.

Coesione, condivisione, studio, confronto, testa alta e sguardo alla propria gente rappresentano la Politica.
Sgomitate, gelosie, superficialità, silenzi, inciuci e carrieristiche rappresentano la politica.

Da che parte ritrovarsi è una scelta che compete a ognuno di noi, ma il futuro del Paese e dei nostri Figli dipende dalla scelta più etica che riusciremo a compiere.

Ci vuole coraggio, adesso. Dopo… non basterà più!

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NE PARLAVO UN ANNO FA!

Il più grande errore, storico e politico, che il M5S avrebbe potuto fare una volta giunto a manovrare le leve del potere, l’ha fatto: anteporre la strategia al sogno, ottenendo il risultato di svegliarsi e non credere più realistico e tangibile il sogno stesso.

S’è ancora in tempo a riprenderlo e su quello ricostruire una strategia, ma in assoluta buonafede bisogna fare autoanalisi e cambiare direzione. Pena l’estinzione e l’annullamento di un grande percorso che risulterebbe buttato alle ortiche: la rivoluzione, appena cominciata, subirebbe l’aborto più devastante ed irrecuperabile.

Ne vogliamo finalmente parlare?

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RESIPISCENZA

Conobbi questo vocabolo il primo anno di liceo. Prima non sapevo nemmeno che esistesse, ma in seguito ne ho fatto tesoro e, quando ho sbagliato, ho cercati di porre rimedio.

Non ricordo, adesso, di quale atto d’indisciplina mi macchiai insieme ai compagni di classe, ma il vice-preside non la mandò giù e traccio’ platealmente e solennemente poche righe di biasimo sul registro di classe utilizzando quel vocabolo e sottolineando la sua assenza nel nostro comportamento post goliardata. Probabilmente avevamo messo alla berlina una professoressa per qualche particolare atteggiamento… ma a quattordici anni, a quei tempi, ancora non si aveva coscienza di contenuti civici che aborrissero il sessismo, il bullismo, il razzismo; essi sono venuti a far parte del mio bagaglio culturale grazie all’attività di volontariato e di lotta di classe (allora così si chiamava!) succedutasi negli anni.

Ecco, questo lungo preambolo per evidenziare quanto sia presente nella nostra classe dirigente un’immaturita’ adolescenziale e l’assenza di quella “resipiscenza” della quale ci sarebbe tanto bisogno. O, forse, evidenzia semplicemente disconoscimento di etica e morale; in sostanza di concreta e cercata malafede nella gestione del potere e, in definitiva, della res publica.

La civiltà d’un popolo, nonostante la lunga e gloriosa storia, si misura anche così!

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Scritto in tempi non sospetti

DISSENSO?

Vado leggendo sempre più spesso post da parte di presunti attivisti e simpatizzanti avversi al lavoro certosino che sta portando avanti il capo politico del Movimento 5 Stelle. Credo, obiettivamente, che molti non raggiungono nemmeno la dignità di essere letti, molti altri scaturiscono da uno schematismo infantile di schieramento ideologico, altri sono dovuti all’ignoranza della storia recente. Soltanto su questi ultimi può convenire soffermarsi a riflettere e provare a comprendere certe dinamiche.

Grazie ad una guerra civile e fratricida la Resistenza ci ha consentito di uscire dal periodo più buio della nostra storia moderna: la Seconda Guerra Mondiale. Le brigate partigiane, più o meno coordinate da una sorta di comitati (per lo più clandestini), riflettevano già nella loro composizione l’appartenenza ideologica ad una visione futura dello Stato Italiano; c’erano così brigate bianche, rosa, rosse, ecc., cioè c’erano gruppi di combattenti di fede liberale, cristiana, repubblicana, socialista, ecc.
Dopo la liberazione dal giogo tedesco del 25 Aprile 1945 furono proprio quei combattenti a formare i nuclei di quei partiti che composero poi la Costituente e successivamente il primo parlamento repubblicano. Fra di essi c’era anche il “Partito Comunista Italiano”, politicamente contrapposto alla ben più radicata Democrazia Cristiana, le cui radici affondavano nella cultura popolare del nostro Paese interpretandola in senso cattolico.

Tale partito, il più votato e seguito dell’Europa Occidentale di allora, anche grazie ad un appoggio morale ed economico di Mosca, pur rifacendosi al cosiddetto socialismo reale sovietico, dovette ben presto riconoscere la peculiarità della collocazione geopolitica dell’Italia e si trovò a pensare una strada aborigena per vaticinare un socialismo democratico che si adattasse a tale peculiarità. E’ per tale motivo che per il Partito Comunista Italiano si creò la definizione di “revisionista”: si indicava in tal modo quel partito comunista occidentale critico rispetto all’ortodossia sovietica e non più pilotabile: l’Italia era ed è nella NATO; per i partiti comunisti dell’Europa orientale una visione critica non era consentita e la storia ci racconta con quali mezzi essi siano sempre stati rimessi sotto l’ala protettrice della grande madre Russia!

Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer furono i carismatici quattro segretari generali che in un trentennio scarso riuscirono a portare il partito nelle elezioni politiche nazionali a superare addirittura il 34% dei consensi nell’allora sistema elettorale proporzionale puro, fin quasi a raggiungere quella Democrazia Cristiana che nel frattempo aveva iniziato un declino di consensi che si è poi rivelato inarrestabile.
La lunga marcia verso l’ascesa alle leve di potere del Partito Comunista Italiano fece sì che, prima di ogni altra cosa, si consolidasse un’organizzazione interna piramidale quasi perfetta: all’esterno non v’era mai un visibile dissenso e la disciplina di partito era l’imperio al quale attenersi per ogni iscritto; poi la capillarità delle sezioni sul territorio, il vivere fra gli operai e i contadini, le Case del Popolo antagoniste degli oratori parrocchiali (bacino elettorale ricchissimo per la Democrazia Cristiana), un quotidiano nazionale (l’Unità) che ogni buon militante acquistava tutte le mattine ed attraverso il quale si informava ed indottrinava.
Soprattutto c’era un solido ed affidabile consenso, frutto pure dell’intelligenza, del carisma e dell’onestà intellettuale dei suoi capi politici, che faceva confidare nella possibilità di poter migliorare le proprie condizioni di vita. Forse più simile ad una fede religiosa che ad un razionale processo politico, ma anche la fiducia è fondamentale per dichiararsi portavoce di masse!

Quando, a partire dalle indagini di Di Pietro su una corruttela del potere ormai sotto gli occhi di tutti, si sancì la fine della prima repubblica, nel baillame che ne seguì si fece finta di cambiare tutto per non cambiare nulla! Nacque Forza Italia (grazie ad uno spregiudicato imprenditore che non ha mai chiarito dove avesse trovato il capitale dal quale è partito) con la velleitaria ambizione di sostituirsi alla Democrazia Cristiana; grazie anche al crollo dell’impero sovietico, nacque l’Ulivo che dopo decenni di opposizione parlamentare finalmente (imbarcando cani e porci e riciclando ignavi da sempre ai margini del Partito Comunista) vedeva la possibilità di gestire il potere; nacque la Lega Nord che, cavalcando un crescente disagio della popolazione, ha creduto bene di presentarsi provocatoriamente con l’idea spaventevole di una secessione del Nord Italia dalle altre regioni.

Con la fine della seconda repubblica (ha ragione Di Maio!) un terzo incomodo si affaccia prepotentemente nelle stanze del potere dopo una marcia durata meno di dieci anni: il Movimento 5 Stelle. Come il vecchio PCI ha nella gente e fra la gente la propria legittimazione, nel suo entourage la capacità di autontrollo e la finalizzazione di ogni espressione alla realizzazione di un programma ben definito, nel suo capo politico è racchiusa la capacità di interpretare e decidere in tempi rapidi le azioni politiche, nei socials il suo migliore strumento di informazione e propaganda, nei meetup le sue sezioni. Ed in molti oggi vedo la stessa fede di allora nei confronti di chi è stato spinto a divenire portavoce. E confesso che non mi dispiace…

Molti storceranno il naso, ma non si può certo dire che tale struttura non stia funzionando o che non stia funzionando al meglio!

Non voglio, con questo, dire che stiamo sostituendo la funzione che aveva all’epoca il Partito Comunista, né ch’io abbia rimpianti per un partito che non ha mai preso il mio voto; ma senz’altro mi tolgo il cappello al cospetto di quei milioni di elettori che si sono fidati di un progetto e ne sono rimasti traditi, ancora non tutti consapevoli purtroppo. Spezzare i fili che tengono il PD (l’erede del Partito Comunista) legato alle lobby finanziare ed al disegno neoliberista può soltanto portarci benefici e, al momento, soltanto il Movimento 5 Stelle ha la possibilità di spezzarli. Sarebbe lo sgonfiarsi di un’inutile accozzaglia di servi del potere e l’aprirsi di uno spazio che potrebbe portarci al 51% da qua ai prossimi cinque anni, tenendo sempre fermo il timone!

Pertanto, trascurando di impelagarci nei corsi e ricorsi storici di vichiana memoria, non è certo adesso che si deve manifestare un dissenso che non ha ragione d’esistere, né è corretto sparare sul pianista che sta traghettandoci nella terza repubblica con un programma che noi abbiamo costruito. Semmai faremmo bene (posto, per quanto mi riguarda, che l’età me lo conceda) a stare attenti che da qui a dieci, venti anni non si debba nuovamente cercare altri lidi perché il potere potrebbe aver logorato chi nel frattempo avrà avuto modo di gestirlo.
Per fortuna abbiamo sistemi di controllo che i predecessori non hanno mai voluto applicare (i due mandati e le fedine penali pulite, fra i primi), ma non potremo mai permetterci di dormire sonni tranquilli!

27 Aprile 2018

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Provocazione

Vi sono dei concetti, nella storia della filosofia, che con il passare degli eventi e del tempo divengono una constatazione di fatto acquisita e consolidata da ognuno. Esempi classici sono il “Panta rei” di Eraclito e il “Cogito, ergo sum” di Cartesio che, svuotati da ogni sovrastruttura, sono nel bagaglio di consapevolezza interiore di ognuno a millenni dalla loro prima formulazione.

Ho detto ciò per introdurre la mia visione su due concetti Marxisti che ritengo debbano divenire consapevolezza esteriore di ognuno sganciandosi completamente dal contesto ideologico che li ha caratterizzati fino ad adesso: “La religione è l’oppio dei popoli” e “La storia la fa l’economia”.

Nel primo caso, senza nulla togliere all’esperienza dell’esigenza spirituale di ognuno, si comprime il concetto di sovrastruttura ecclesiastica di ogni forma di religione, ancor più per la monoteista, che deteriora e macchia l’alta concezione mentale di qualsivoglia entità spirituale superiore; nel secondo si sintetizza il fatto che nella società gli interessi economici fra individui o gruppi di individui determinano lo svolgersi degli avvenimenti, quindi la storia.
In questo momento storico, qui in Italia, sarebbe utile e doveroso farsi tutti carico di non abboccare all’amo del sistema di considerare le sovrastrutture, dimenticando di fatto l’essenza delle cose (quando il dito indica la luna, lo stolto guarda il dito).

Ci siamo volontariamente spogliati di abituali forme di ideologia per finire di abbracciare un processo di democrazia diretta che possa divenire fruttuoso di evoluzione per tutti; adesso è giunta l’ora di togliersi di dosso il sentimento di integrazione ecclesiastica al Movimento (ancora distinguere chi è dei nostri, chi non lo è, grazie a sani princìpi spesso assurti a dogmi) per lasciare spazio alla libertà di ognuno di sentirsi parte del progetto, senza dover essere condizionato da un percorso tracciato; inoltre: dobbiamo immaginare che l’aspirazione del nostro benessere individuale e di gruppo (inteso come società) possa aiutare il nostro pensiero ad elevarsi dalle tribolazioni quotidiane, sì che si possa andare incontro ad un futuro che finalmente ci renda protagonisti di una storia che ameremmo scrivere.

Insomma: se tutto scorre e siamo in quanto pensiamo, nulla osta che una forma di benessere terreno possa fare evolvere questa società verso una condivisione sociale di più elevato livello!

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Il personale è politico

Per sapere dove stiamo andando è meglio che conosciamo il nostro passato: ci eviterà di commettere gli stessi errori e ci farà vedere dove staremo sbagliando…

Essendo nato negli anni post IIa Guerra Mondiale e di preparazione al successivo boom economico degli anni ’60, ho avuto l’opportunità di attraversare differenti fasi storiche nell’evolversi del nostro Paese; nato assieme alla televisione, bambino insieme alla Fiat 600, ragazzo nella rivoluzione del ’68, operaio studente universitario negli anni di piombo, poi soldato, marito, padre, imprenditore e, tra poco, pensionato; ho, quindi, attraversato e potuto vivere sulla mia pelle, cercato o incontrato per caso, il peso e la gioia che la società a cui appartenevo potessero darmi.

Prima generazione italiana, la mia, a non essersi imbattuta in una guerra; eppure l’ultima l’abbiamo sempre avuta comunque davanti agli occhi, raccontata dai nonni e dai padri, quale origine imprescindibile della nostra democrazia: un popolo che si riscatta dalla vergogna delle leggi razziali, dall’aggressività in Nord Africa per la chimerica arroganza di fondare un impero coloniale, dalla famigerata Repubblica di Salò, dalla fuga di un re incapace di assumersi responsabilità. Un riscatto, dicevo, figlio di una Resistenza senza se e senza ma che, seppure in numerose fazioni divisa, aveva un comune denominatore: liberare, come si diceva allora, il suolo patrio! Ed allora si partì dai Comitati di Liberazione e, per affinità ideologiche, nacquero i partiti che, da destra a sinistra, divennero l’Arco Costituzionale: Movimento Sociale Italiano, Partito Monarchico Italiano, Partito Liberale Italiano, Partito Repubblicano Italiano, Democrazia Cristiana, Partito Socialista, Partito Comunista. Ciò che non era rappresentato in parlamento, risultava semplicemente essere etichettato come extraparlamentare, di destra o di sinistra. Negli anni a seguire nacque il Partito Radicale, il Partito Socialista si scisse e fuse più volte, gli extraparlamentari di sinistra divennero parlamentari di estrema sinistra, e via discorrendo; ma il nocciolo del sistema governativo per decenni fu la concertazione fra i vari partiti per ottenere la maggioranza per governare, ora con un partito, domani con un altro.

Referendum Monarchia-Repubblica, Assemblea Costituente, suffragio universale! In pochissimo tempo l’Italia si è data delle regole “democratiche”, le ha onorate ed ha incominciato a risplendere di luce propria.

L’uscire dalla guerra con le ossa rotte non è stato solo nostro appannaggio; tutta l’Europa doveva rimettersi in marcia per ricostruire strutture e sostanza degli stati sovrani. Fu in quegli anni che nacque l’idea di un’Europa Unita, baluardo contro nuovi conflitti; e fu in quegli anni che incominciò a maturare il bisogno delle masse (per usare una terminologia allora in voga) di riappropriarsi della propria esistenza e di provare a cambiare un destino fino ad allora fortemente racchiuso in rigide convenzioni sociali. Quindi nel Maggio ’68, prima a Parigi, poi in tutta la Francia e via via negli altri Paesi europei, avanguardia la popolazione degli studenti e degli operai, rapidamente si sviluppò un moto di ribellione che stravolse i rapporti sociali e la visione dell’esistenza umana e dei rapporti di forza fra esseri umani, tanto che la storia l’ha potuta poi definire come una vera e propria “Rivoluzione Culturale”. Rivoluzione perché scardinò dalle fondamenta i rapporti sociali, culturale perché nulla sarebbe stato più lo stesso: la generazione dei figli aveva esautorato quella dei padri, se n’era arrogata inappellabilmente il diritto!

Sono trascorsi cinquanta anni da allora e, nel bene e nel male, qualcosa è rimasto di quella rivoluzione nel nostro modo di interpretare la vita, ma soltanto qualcosa… Certo, velleitario risultò essere lo slogan “la fantasia al potere” ed ingenuo il pensare che”sarà una risata che vi seppellirà”, ma ve n’erano altri di slogan che, tracciati con bombolette multicolori sui muri dei quartieri popolari di Roma (allora ero suo onorato residente), la dicevano lunga sul clima di ribellione e di speranza insieme che le nuove generazioni stavano vivendo: “Più case, meno chiese”, “Se la merda valesse come l’oro, i poveri nascerebbero senza culo”, “Nixon” (allora Presidente degli USA, con, al posto della X, la svastica nazista).

E il celeberrimo dipinto di Pellizza Da Volpedo divenne l’icona per antonomasia dell’epoca!

Perché ho detto tutto ciò? In primis per onorare un periodo storico ricco di stimoli che ho avuto il piacere di vivere nella sua pienezza e sentendomene protagonista; in secundis perché auspico che si possa rivivere una primavera culturalmente rivoluzionaria come quella del ’68 grazie ad un Movimento politico (il Movimento 5 Stelle) che fa della democrazia diretta la propria bandiera. Però ciò, ritengo, sarà possibile soltanto se il Movimento nella sua interezza sarà in grado di onorare senza compromessi i propri princìpi fondanti e se si farà carico di interpretare le esigenze e le istanze che vengono dal basso (quelle che erano le masse oggi è la gente, quelle che erano le avanguardie oggi sono gli attivisti!). Non per forza prendere i comandi della Nazione significa utilizzare gli stessi protocolli usati da chi ritieni sia stato delegittimato a governare, non per forza ottieni il cambiamento utilizzando le poltrone di chi finora ha governato: nel nostro Paese abbiamo ottenuto noi cittadini molto di più da un PCI all’opposizione che dai suoi eredi al governo!

23 aprile 2018

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La curva gaussiana

Non chiedetemi di spiegarla matematicamente, troppi anni sono passati dagli studi universitari. Però ho conservato lo stupore provato allora e conservato per tutta la vita per questo piccolo grande concetto: nella curva a cappello di carabiniere potevi inserire ogni caratteristica di ogni cosa per mera proporzionalità statistica e dare un senso alla normalità quanto più ti avvicinarvi al suo culmine. Quel concetto di normalità che, come il bianco per il nero, sempre più rimaneva inspiegabile senza la definizione della sua indefinibile antitesi.

Pensavi all’altezza delle persone e scoprivi che la normalità (il 99% dei soggetti) rientrava fra 1,55m e 1,80m; i più bassi e i più alti di tali limiti in qualche modo risultavano anormali. Così se prendevi un altro parametro, come il colore dei capelli (l’anomalia era il “Rosso malpelo” di verghiana memoria), il peso, l’attività sessuale, l’altezza che si riesce a saltare, la velocità della corsa, la velocità di memorizzazione di un elenco e così via.

Per anni ho cercato parametri di accorpamento delle qualità proprie di un individuo; forse sentivo la necessità di conferme di normalità, ma non voglio rivangare improbabili autoanalisi giovanili…

Venne il giorno che applicai il sistema al pensiero politico: scoprii che risultava ai limiti della normalità nel ’68, un po’ meglio nel ’74, anormale del tutto nel 1981, ormai integrato e nella retta mediana nel 1990, nuovamente ai limiti nel 2000.

Da allora non mi sono più spostato io, ma la curva: è cambiata la normalità dei cittadini! Ed oggi, nonostante non vi sia stato un mio grande spostamento, mi ritrovo nuovamente integrato in una maggioranza politica o, meglio, sociale.

Non mi piace. Voglio tornare al limite. O mi muovo nuovamente io o il mio popolo si deve dare una mossa!

Continua ad affascinarmi l’aiuto alla razionalizzazione nella quale la curva gaussiana risulta formidabile strumento!

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LETTERA APERTA AL SINDACO

Non ho mai compreso, forse soltanto intuito, il perché avessi tu voluto ricoprire un ruolo politico che ti avrebbe poi portato ad un incarico pubblico; ma ciò ricade nella motivazione più intima e privata e non sono nessuno per poter giudicare l’eventuale beneficio a te arrecato da tale scelta. Ma non posso esimermi dal constatare che, imprevista e imprevedibile, una pandemia ti abbia fatto assurgere a colui che debba prendersi sulle spalle tutto il carico di una cittadinanza in difficoltà e farle percorrere il difficile guado verso la salvezza. Incarico pubblico, quindi tangibile e criticabile ed emendabile.

I prodromi non erano certo fausti: successore d’un protagonista assoluto, nel bene e nel male, sapevi di correre il rischio d’apparire pupo legato alle dita d’un puparo furbo e navigato, assuefatto alla peggiore cultura clientelare del territorio, retaggio d’un mondo che al Covid-19 dirà grazie o che, grazie allo stesso, sparirà per sempre. Lo diranno i posteri.

Non so, non posso sapere quanta consapevolezza hai! Ma da amministratore della res publica di Agropoli, limitata e circondata da paletti imposti dalle amministrazioni passate, protetta nel suo intrigo burocratico da connivenze opache e fumose di antico e ingombrante retaggio, ti sei trovato improvvisamente a gestire una situazione più grande di te, più grande di noi, non avendo la più pallida idea di come si potesse o dovesse fare.

Ovvio l’affidamento iniziale ad un governo centrale, con disciplina e opportunistica umiltà; ovvia anche la successiva scelta, non appena passato lo stordimento iniziale, di incanalarsi nella scia d’un presidente-sceriffo che ha fatto da sempre il proprio feudo del nostro territorio, maestro di edonismo e autoritarismo, figuro discusso che approvò il tuo percorso e che forni’ l’imprimatur al tuo traguardo da fascia tricolore; meno ovvio, con tali insegnamenti, l’odierno trovarsi in solitudine a gestire un imprevisto isolamento sociale ed un nemico così invisibile da non potersi nemmeno guardare in faccia.
È così, con l’ennesimo videoselfie, stasera pare che tu abbia voglia di buttare tutto sulla paura (definibile “xenofobia” = paura dell’estraneo) di colui o coloro che, unici, ci portano il malanno, coloro che “ungono”, senza renderti conto che il morbo l’abbiamo, invece, in casa. Perché l’untore non è il malato inconsapevole, ma colui che è abituato a fregarsene delle regole, a fregarsene dei suoi simili; colui che si crede più furbo, più protetto, più immune; colui che tu ed i tuoi predecessori avete, più o meno consapevolmente, aiutato attraverso la cultura del crescere in questo territorio attraverso interessi privati nascosti da esigenze pubbliche, appartenenza a clan privilegiati, ciechi e sordi e muti quando conviene, bacino elettorale e non cittadinanza, sudditi e non pari rango. Una cultura, insomma, coltivata capillarmente almeno negli ultimi trenta anni ed alla quale, al momento opportuno, hai potuto e voluto attingere a man bassa.

Una domanda viene spontanea: non può essere che, finalmente, ci si svegli e domani si possa addirittura ringraziare un virus per averci liberato da una sorta di “Pianeta Papalla”, che i miei coetanei sicuramente ricordano? Basterebbe un atto di umiltà, basterebbe raccontare la verità, basterebbe essere vero primo cittadino fra i cittadini, basterebbe applicare finalmente la giustizia, l’equidistanza, la solidarietà, l’amore per la propria gente per essere diversi dal passato. Perché, finalmente, non scegliere? Da uomini.

Ricordando che Dante gli ignavi li colloca nell’Inferno…

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TERAPIA D’URTO

Sperare che una struttura politica possa, da sola, sconfiggere la cultura della corruzione imperante nel nostro Paese da decenni è pura chimera: quando una cellula cancerosa sfugge al controllo degli anticorpi ed incomincia a moltiplicarsi indefessamente, sempre più difficilmente l’organismo riesce a sopraffare il bubbone che ne scaturisce senza il supporto di agenti esterni ed aggiuntivi: le terapie.

Pertanto c’è da ritenere che il cancro dell’Italia, sfuggito totalmente al controllo, non possa essere sconfitto se non con una lunga ed elaborata terapia. E l’attacco farmacologico andrebbe portato su più fronti:

  • nella scuola, a partire da quella dell’infanzia, con l’incremento del lavoro per formare una futura classe dirigente satura di educazione civica;
  • nelle famiglie, a partire dal senso di responsabilità dei genitori, perché torni ad essere luogo di rapporti fiduciari e non di soprusi;
  • nei luoghi di lavoro, a partire dal settore pubblico, dove la meritocrazia deve tornare ad assumere il ruolo di filtro e la manodopera torni ad essere un valore aggiunto e non mero sfruttamento;
  • nei luoghi di culto, a partire da quelli che si rifanno al monoteismo, dove la predicazione e l’insegnamento deve tornare ad essere soltanto il dettato di un’etica e di una morale garanti della convivenza civile;
  • nei luoghi dove si sceglie l’indirizzo economico, a partire dai cumuli di capitale, dove l’esigenza dei singoli detta le scelte di spesa prioritarie.

Ci vorranno decenni, ci vorranno nuove generazioni, ci vorranno scelte coraggiose, ma chi può pensare che questa non sia divenuta una scelta obbligata per sconfiggere il cancro?

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La razza umana

In un pianeta sovraffollato come il nostro, c’è ancora chi lotta per un incremento demografico in Italia (e non solo in Italia!).

Lo scopo, è intuibile, si sviluppa attorno alla conservazione della memoria storica e, in definitiva, della civiltà millenaria che ha calpestato il suolo della Penisola per qualche millennio.

A volte mi pongo la domanda se questa non sia presunzione e desiderio di supremazia: altri popoli, già estinti o meno, avrebbero da recriminare uno scopo similare: dai Greci ai Turchi in Europa, dagli Egiziani agli Arabi in Africa, dagli Indiani agli Incas in America, dai Cinesi ai Mongoli in Asia.

Ci dispiace, ma ce ne facciamo una ragione, per le storie di civiltà scomparse e ci compiaciamo per quelle ancora in auge; ma nell’era moderna e grazie all’evoluzione del pensiero umano, appare alquanto improbabile la supremazia di una cultura sulle altre. A meno di terribili catastrofi belliche che metterebbero in discussione l’esistenza stessa del genere umano.

Pertanto di cosa stiamo parlando? Di una non meglio identificata difesa di una razza, magari cercando giustificazione con l’alibi di una presunta civiltà superiore?

Condivido il pensiero di Einstein: “Conosco una sola razza: quella umana.

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Anche nel lavoro…

L’etica del lavoro ad Agropoli è ormai da rifondare!

Quando i cosiddetti imprenditori locali:

  • ti fanno lavorare in nero a qualunque età ed in qualunque mansione;
  • se non vogliono correre troppi rischi, ti fanno lavorare 12h/giorno per 7giorni/settimana e ti assicurano per 2h/giorno per 5giorni/settimana;
  • appena scoprono che sei incinta, assicurata o no, ti licenziano senza nessuna attenzione ai tuoi bisogni e necessità;
  • sfruttano il più possibile una mano d’opera adducendo scuse quali la crisi ed il calo dei consumi e poi girano in Porsche e tutti i fine settimana sono da qualche parte in albergo con l’amante;
  • rimandano i tuoi miseri emolumenti per mesi per mancanza di cassa e poi scopri che mantengono amiche e figli nei più disparati luoghi d’Italia;
  • sono evasori parziali o totali, ma subito pronti a decurtare il tuo stipendio se chiedi un’ora di permesso.

Quando succede tutto questo (ed è sotto gli occhi di ognuno!), vuol dire che lo Stato, la Regione, la Provincia, il Comune, gli Organi di Controllo, gli Organi di Polizia fiscale e giudiziaria sono latitanti o collusi ed il cittadino è abbandonato a se stesso!

E ancora non ne abbiamo subìto tutte le conseguenze…

Meditate gente, meditate…

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Non serve titolo!

Non ho mai avuto fiducia nei figli d’arte: di Strauss e di Dumas ne nascono troppo pochi per fidarsi a priori!
Pertanto risulto severamente contrario al nepotismo, soprattutto nell’Arte e nell’arte della Politica.
Agli amministratori figli di, nipoti di, cugini di, consiglio altro mestiere; così come ai pizzaioli figli di pizzaioli piuttosto che avvocati figli di avvocati: troppo raramente l’allievo supera il maestro, soprattutto se il maestro nel suo campo era un artista. L’Arte non si trasmette attraverso i geni!
Abbassate la cresta, quindi, figli di, nipoti di, cugini di; e, possibilmente, inventatevi un altro mestiere.

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IO SONO NOBILE…

… non perché nelle mie vene scorre sangue di Conti savoiardi e latifondisti borbonici;
… non perché ho comprato titoli araldici sui banchi del mercato delle vittime del complesso d’inferiorita’;
… non perché un’ipocrita ed anacronistica araldica, a pagamento, mi ha creato una storia mai vissuta.

“IO” SONO NOBILE…
… perché ho imparato dal mio passato e dai miei avi a come proiettarmi in un futuro più sano;
… perché i principi che hanno supportato la mia formazione non li ho mai traditi;
… perché sono caduto più volte e mi sono sempre rialzato con le mie sole forze;
… perché non ho mai accumulato ricchezze e, quando qualcosa restava, ho reso partecipe chi mi circondava.

“IO” SONO NOBILE.
Quanti, nell’attuale esercito dei selfies, possono affermare lo stesso?
Quanti hanno scelto scorciatoie e opportunismo per giungere ad un’effimera meta?
Quanti di coloro che mi leggono, vissuti due terzi della loro esistenza, hanno conservato il gusto di stupirsi, scandalizzarsi, imparare come ancora mostro d’essere capace di fare io?

“IO” SONO NOBILE!

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Voglio dire la mia!

Qualcuno provoca: riaprire le case chiuse.

A parte il fatto che si usava chiamarle, quando il capo-maschio italico imperava, Case di Tolleranza… pensate non sia successo nulla da allora? Siamo ancora lo stesso popolo maschilista (forse) e le donne hanno lo stesso ruolo subordinato e di contorno di allora (non credo)?

Eppure preferisco “tolleranza” a “legalizzazione”! Non può mai essere che lo stato renda legale lo sfruttamento e la mercificazione del corpo di un essere umano! Semmai, prendendo atto di un fenomeno reale, può tollerare che alcuni individui autonomamente decidano di vendere il proprio corpo, liberamente, a scopo di lucro e sottoscrivendo regolare patto di tassazione dei proventi ed iscrizione ad una categoria che determini regole e controlli.

Giammai dovranno esservi imprenditori (sfruttatori) che potranno godere di plus valore sulla pelle di tale individuo, né potrà farsi “magnaccia” qualsivoglia ente statale con l’alibi del controllo. Soltanto libera professione, garantita da controlli sanitari delle ASL, esercitata in luoghi chiusi e controllati (dichiarati, come studi professionali).

Pertanto immutato resta il reato di sfruttamento della prostituzione, immutato il divieto di esercitare in luoghi pubblici (tantomeno per strada), immutata la lotta a qualsivoglia forma di prostituzione minorile, immutata la lotta alla pedofilia ed alla pedopornografia! Semmai inasprire le pene! Che ciò sia chiaro per tutti: al cliente che deve avere coscienza di ciò che può comprare, al venditore che deve avere coscienza di cosa può vendere!

Lo volevo dire, magari a nome di tanti padri e madri, di figli e figlie, che comunque non considereanno mai questa tolleranza statale quale opportunità per costruire un futuro eticamente corretto, qualsivoglia sia il sesso di chi si vende e di chi compra.

Soltanto a queste condizioni, forse, se ne può parlare…

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LETTERA APERTA ALL’EX CONSIGLIERE COMUNALE.

Caro Consolato (ti ho sempre chiamato così!),


Esordisci nellla tua comunicazione di dimissioni su Facebook, uno dei socials che spesso denigri, salvo poi utilizzarlo programmaticamente, con un paio di frasi ad effetto senza curarti di sottolineare che non sono farina del tuo sacco:
“Tutto è compiuto!” una quasi blasmefa citazione dal Vangelo che narra la Passione di Cristo; guarda che non hai subito alcuna crocifissione, diversamente da come l’istinto mi avrebbe invitato a volere. Semmai qualcuno ha provato tale dolore è stato fra coloro che hanno messo disinteressata mente la loro faccia per supportarti!
“E’ giunta l’ora delle decisioni irrevocabili”, orribile citazione dal logorroico Mussolini che tanto affascinava gli Italiani del tempo; poi, però, egli proseguiva col desiderio di spezzare le reni alla Grecia, ma sappiamo com’è andata a finire!


Poi, saltando qualche retorico passaggio di circostanza nel quale l’io (non il noi!) la fa da padrone, prosegui: “Alle scorse elezioni comunali, nonostante il tortuoso percorso e la strenua difesa dell’amministrazione uscente, riuscimmo (noi?) a conseguire circa 1500 voti, non pochi per chi non aveva neanche fatto metter il proprio nome (io?) sul manifesto di apertura della campagna elettorale”. Altro scivolone, chiamiamolo così: se uno valeva uno, allora tu eri uno soltanto, uno di noi; perché mai avresti dovuto mettere il nome? Perché mai, già allora, fosti così ipocrita da intimamente sognare, certificato M5S, visionario da vecchia politica, di candidarti a principe feudale di probabili pochi sudditi in quel di Agropoli?


“Da li sono state decine e decine le istanze, mozioni, interrogazioni. Un fuoco di fila a garanzia della cittadinanza che da tempo Agropoli non viveva. Non mi sono mai risparmiato, mai lasciato indietro una questione. Ognuno per quel che mi competeva ha avuto un seguito, una risposta.” Non è del tutto vero: ricordo profonde delusioni di compagni di viaggio politico traditi nelle aspettative dopo che, fatte le ore piccole per molte notti su centinaia di documenti, si sono visti svuotati d’ogni legittimità d’intervento per sollevare nuovi fronti di opposizione, magari più efficaci. Qualche iniziativa, viene il dubbio a posteriori, poteva sembrare addirittura di parte e/o non condivisa appositamente.


Salto qualche altro passaggio per giungere a: “Ci saremmo interessati con serietà alle questioni ambientali che affliggono Agropoli come quella degli abbanchi antropici della posidonia oceanica”. Ma, negli anni addietro ed ancora oggi, noi attivisti sull’argomento abbiamo scherzato? O, con l’aiuto di esperti ed autorevoli pareri siamo addivenuti a costringere l’Amministrazione attuale a farsi carico in maniera dovuta del problema da lei stesso creato? Semmai ci è mancato il tuo impegno, oltre a vecchia teoria nel cassetto dei ricordi, ed è apparso ancora più assordante il tuo silenzio, disinteresse, addirittura contrarietà.


“Il Porto, Trentova, Il Castello ed il Centro storico sarebbero stati degli asset strategici dello sviluppo economico e culturale della nostra città. La struttura del Teatro sarebbe stata trasparente e condivisa, rendendola fruibile gratuitamente da chiunque avesse voluto ottenerla per uno scopo non lucrativo. Insomma una rivoluzione che, per grazia delle istituzioni, è solo rinviata.” Un ben noto, a noi attivisti, excursus sulle buone intenzioni elaborate insieme, pertanto assolutamente condivisibili, ma che per te rischiano di restare nel cassetto dei ricordi: come pensi, da solo o in cattiva compagnia, di realizzare in futuro tutto ciò, partendo dall’odierna ambigua posizione di compromesso, di inciucio, di ipocrisia, di malafede? Perché se “Oggi è il tempo di rimettersi all’opera per questo progetto e il futuro della città con chi voglia esserci fattivamente, fuori dall’ombra di partiti e movimenti nazionali. E’ per questo che ho maturato l’idea di tornare all’azione civica fuori le istituzioni a prescindere dalle appartenenze. In una piccola comunità si ci conosce per quel che si è realmente. Al di là delle casacche, dobbiamo mettere a fattore comune le migliori risorse e promuovere la meritocrazia, che altro non vuol dire che mettere impegno e passione nelle cose che si fanno quotidianamente nella propria vita, nella propria famiglia, nel proprio lavoro.” Un lungo periodo che pare fatto apposta per frastornare: a parte che dobbiamo rendere grazie, nonostante tutto, ai partiti ed ai movimenti che dal dopoguerra ad oggi ci hanno consentito un percorso democratico e di crescita sociale, (nonostante io stesso ammetta l’esistenza di frange degenerative che non intendo sottovalutare affatto), il volontariato civico è e rimane volontariato civico, senza un disegno ed una visione globale credibile e convincente; non se ne rende conto soltanto chi è privo delle più elementari nozioni storico-politiche del proprio Paese, almeno degli ultimi decenni, e del come oggi sia scaturito il contesto nel quale siamo inseriti.


“Colgo l’occasione per salutare la cittadinanza, lei presidente e tutti colleghi, rimanendo fiducioso di aver contributo fattivamente con l’esempio al bene della nostra comunità anche partendo da posizioni politiche spiccatamene divergenti, ma che mai, dico mai, sono entrate nel volgare scontro personale. Mi consentirete, in ultimo, l’occasione per salutare anche i tanti che da sempre si sono affannati a rincorrermi e scrivere una storia diversa, profondamente diversa, da quel che è la realtà. La storia e l’evidenza dei fatti li ha seccamente e puntualmente smentiti. Auguro loro la pace, perché solo nella pace potranno ritrovare serenità che forse la vita, e non certamente il sottoscritto, gli ha spesso negato.” Come tutti coloro che hanno un ego importante, ma purtroppo non supportato da alcuna genialità, ti perdi totalmente nel finale quando, da buon pastore (ma di quale gregge?), onori l’autoproclamata facoltà di giudizio super partes auspicando alla critica il trovare la pace; o, forse, il darsi pace, che tanto…


Personalmente ho avuto modo e tempo per arrabbiarmi e calmarmi, fustigarmi ed assolvermi, per non aver compreso quando sarebbe stato meglio per tutti; i miei compagni di viaggio politico sono sempre gli stessi, stimati e ringraziati quanto posso, ed ho anche già avuto modo di dire tutto quello che umanamente mi sentivo di rimproverarti. Ma non hai capito, non vuoi capire, non puoi capire, non capirai mai.


Non ho archiviato, deluso, un rapporto politico, ma un rapporto umano, scoprendo che per te le due cose non si toccano mai: per te la faccia politica, diversa da quella umana, è finzione, strategia, maschera; strumento, insomma, per giungere dove l’ego ti vuole, costi quel che costi, col fine che giustifica i mezzi; proprio come quelli che dicevi di voler combattere, insomma.

Ho sempre detto che non avevamo bisogno di leader. Oggi ne sono più convinto che mai!


Salvatore.

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FAVOLA DELLA BUONA NOTTE

C’ERA UNA VOLTA UN PRINCIPE…
… che si spodesto’ da solo! Perché, comunque la si pensi della monarchia, per fare il re bisogna aver le palle! La furbizia non basta, né l’opportunismo le soppianta: la semina è istinto, il dove va ponderato.

Riconosco che vi possono essere momenti in cui ci si sente obbligati a scegliere di fronte ad accadimenti che esulano dalle nostre più funeree previsioni. Così politicamente diviene evidente anche un possibile scollamento della visione che un gruppo di sudditi ed il suo autoproclamato leader immaginino del futuro prossimo del proprio territorio e del proprio Paese; uno scollamento reso ancora più difficile da assimilare, soprattutto nell’amara constatazione di trovarsi di fronte ad un lodevole riconosciuto impegno in seno all’Ente territoriale; il tutto, però, in contrapposizione ad una totale chiusura comunicativa con i presunti sudditi coprotagonisti dell’ascesa elettorale, ascesa consona alle aspirazioni della vigilia.

Non si vorrebbe biasimare la condotta d’un principe che resta, fino a prova contraria, un rispettabile candidato a fare il sovrano della nostra comunità, né ci si vuole arrogare il diritto di emettere giudizi etici o morali sull’integrita e omogeneità personali dello stesso; ognuno, vuoi per istinto, vuoi per sentimento, vuoi per tolleranza, vuoi per sudditanza, potrà giungere alle proprie intime considerazioni e credere opportuno trarre autonome conclusioni. Ma, nell’ambito di un lungo cammino condiviso per obiettivi e visione, non si può riuscire più a tollerare la codardia d’una comoda e ambigua posizione pubblica, il cinismo, l’egocentrismo che sempre più si evidenziano nei comportamenti del principe, autospodestato di qualsivoglia scettro, se non puramente formale e sempre meno dignitoso.

I cammini si possono anche dividere quando si giunge ad un bivio; ma fra compagni di viaggio, normalmente, il saluto è affettuoso e la scelta della direzione deve apparire comprensibile, anche se non sempre giustificabile. Non l’indifferenza e non l’ego possono dettare i convenevoli! Anche nel salutare bisogna saper dare regale dignità alle palle: esse non stanno sulla corona per fregio, ma simboleggiano coraggio, forza, determinazione, rettitudine! Senza palle non si può arrivare da nessuna parte!

Sempre può accadere che un suddito sbagli a riporre la propria fiducia e la propria valutazione nel principe designato a divenire re, ma difficilmente può verificarsi che un intero popolo si accorga del re, ormai nudo, che, ritenendo inutile ed ingombrante il fardello della tolleranza e della condivisione, decida di volersi sedere sul trono in piena solitudine, in assenza di consenso, in barba al proprio percorso, pronto a raccontare di poter cambiare tutto stando attento a non cambiare nulla. Egli apparirebbe così “privo di palle” nell’abbandono della valorosa armata Brancaleone utilizzata per occupare il trono di principe, nel lasciare i sudditi alla difficoltà di spiegare l’inspiegabile, nell’abbandonarli dopo ch’essi si sono spesi per fare quadrato a difesa della sua immagine.

Cui prodest? Non certo ai sudditi! Sudditi attivi erano e tali restano; né alcuno d’essi, dimostrato ampiamente, ha mai puntato a personali obiettivi o ad essi abbia mai fatto riferimento nella propria attività. Non certo ai nemici comuni, ad eventuali usurpatori, ché il “divide et impera” può soltanto aiutare a perpetrare lo scempio del quale da decenni si rendono protagonisti; non certo al principe che, fra posizioni ambigue, scrollata dalle spalle ormai l’unica disinteressata copertura, dialogante ormai con piccoli opportunisti politicanti di zona, offerti poco delicati servigi al sovrano da sconfiggere, combattente come don Chisciotte contro noti mulini a vento. Il tutto senza scudieri, però; senza speranza di vittoria, però; senza più invocare dignità, però; senza principi… anche la guerra più giusta appare vuota di significati!

Medita o principe! Medita…

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1 FEBBRAIO ’19

VORREI SI PARLASSE ANCHE DI ALTRO…

…vorrei che si parlasse di Movimento!

1) A mio modo di vedere non è più procrastinabile riparare ad un errore eclatante nel quale siamo incorsi incoronando “Capo Politico del Movimento” chi si sarebbe occupato di “Esecutività di Governo”. Nulla di personale sulle indubbie capacità ed integerrimo comportamento di Luigi Di Maio, ma la contraddizione risulta evidente: può egli mai essere simultaneamente avvocato difensore e giudice del Movimento? Si può disegnare una limpida visione politica e sociale di evoluzione del Paese quando si è costretti a mediare tutti i giorni con una controparte totalmente differente? Si può decidere un’azione di governo costretta da ben precisi paletti pregiudiziali inglobando in essa una volontà popolare non propriamente concorde senza snaturare il principio di democrazia diretta?

2) A mio modo di vedere non è più procrastinabile l’implementazione dell’utilizzo della piattaforma Rousseau rendendola strumento finalmente compiuto e decisivo di democrazia diretta, passando finalmente dalla fase di sperimentazione a quella di reale utilizzo; lo si dovrebbe fare attraverso la deprivatizzazione della stessa (intestando la proprietà al Movimento e non offrendo il fianco a critiche ed attacchi più o meno credibili) ela considerazione massima come elemento determinante di consultazione popolare, indirizzo programmatico, “trait d’union” con la base più sana ed attualmente lasciata allo sbando ed in fase di disgregazione. Perché non intraprendere delle vere e concrete azioni di marketing per implementarne la platea ed intensificarne la consultazione e la partecipazione?

3) A mio modo di vedere è giunto il momento di aprire un ampio dibattito interno per fornire una veste giuridica o, quanto meno, una legittimazione etica ai meetup sparsi sul territorio: non credo sia eticamente corretto che il tessuto del Movimento venga distrutto dalla chemioterapia mirata verso le cellule che lo compongono senza che questo non rappresenti, alla lunga, il suicidio del Movimento stesso. Si è lasciato ampio, forse troppo, spazio a figure ritenute erroneamente rappresentative della realtà sociale del Paese che poi si sono rivelate ininfluenti, quando non addirittura dannose; non era meglio premiare chi ha dato prova per anni di appartenenza, fedeltà, voglia di lavorare, abnegazione, fede nei princìpi fondanti? Non credete che anche questa necessità di rappresentatività mediatica sia un dogma non nostro, ma del neoliberismo che stiamo combattendo?

4) A mio modo di vedere, senza nulla togliere a chi si è prodigato per il raggiungimento dei lusinghieri risultati che già abbiamo ottenuto al governo, quanto si deve essere disposti a contaminare l’indirizzo programmatico condiviso prefissato pur di portare a compimento la legislatura (semprechè ce lo consentano gli avversari!)? La predizione era che un movimento come questo non avrebbe avuto più motivo di esistere qualora fosse riuscito ad imporre un incontrovertibile cambiamento al sistema in funzione della sovranità e dei bisogni e della felicità del popolo. Non credete voi che, continuando così, rischiamo di esaurire le nostre forze molto prima che ciò posa verificarsi?

Sono soltanto spunti di riflessione, un’invocazione a meditare, che vengono dalla strada e che, per me, sulla strada e con la nostra gente devono essere risolti; le passerelle, i selfie, le campagne elettorali, seppur utili, non fanno parte del nostro programma, né sono funzionali al benessere del popolo; l’informazione deve tornare ad essere tale e lo slogan dev’essere soltanto il titolo ad un approfondimento delle tematiche più importanti; l’occupazione dei palazzi dev’essere per l’inserimento di rappresentanti del popolo non solo sulla carta, creando di fatto dei diversi privilegiati che imparano un nuovo mestiere, ma che muovono chiappe, cervello e cuore per dimenticare le proprie rivendicazioni e farsi carico di quelle della comunità.

Insomma: io ed altre migliaia di attivisti vorremmo che si parlasse del “nostro” Movimento!

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PARAFRASANDO JFK

Non chiedetevi cosa può fare il M5S per voi, ma cosa voi potete fare per lui! Chi sta dentro questo contenitore sa quanti cittadini attivi hanno buttato della loro esistenza per vedere realizzata anche una sola parte del “sogno sognato”, ognuno con le proprie peculiarità e le proprie capacità.

Gran parte d’essi oggi si sentono stanchi o delusi o confusi: stare al comando è risultato ben più difficile di quanto immaginato, soprattutto se il comando dev’essere condiviso. E se la prendono sempre più spesso con coloro a cui hanno delegato la rappresentazione del loro “sogno sognato”.


È vero che errori ne sono stati commessi, forse troppi, soprattutto nell’affidarsi a soggetti non sempre intellettualmente onesti, non sempre di provata fede etica e morale, non sempre valutati da chi è politicamente cresciuto per strada e fra la gente. Ma avrei voluto vedere voi a sedere a quei tavoli di concertazione, a rompervi il capo nello studiare migliaia di pagine di documenti, magari di materie ostiche e forestiere ai vostri interessi professionali e culturali.

Se dev’essere un cittadino a sedersi su quelle poltrone… quel cittadino deve avere il tempo di digerire un impegno gravoso, ostico, assillante. Vero è che viene ben retribuito per questo, vero che la carne è debole e l’errare umano, vero che i problemi personali sembrano dissolversi di fronte agli innegabili privilegi dell’incarico; ma è anche vero che soltanto una minima parte dei portavoce ha mostrato di non potercela e volercela fare…


L’azione di Governo, con la Lega prima ed il PD dopo, è stata efficace; magari non quanto ci sarebbe piaciuto, ma senz’altro meglio di qualsiasi alternativa di indirizzo politico presente oggi in Parlamento. Né l’onestà dei nostri di fronte ad una marea di possibili ricatti ha mostrato cenni di cedimento.

Che un capo politico non fosse il massimo per la nostra gestione interna era sotto gli occhi di tutti, soprattutto se in commistione con un incarico nell’esecutivo; ma era anche sotto gli occhi di tutti che servisse coesione e forza per imporre scelte e decisioni a chi ne avrebbe volentieri fatto a meno (il Cazzaro verde docet!).


Cosa possono fare, allora, i cittadini attivi adesso per il M5S?

In primo luogo smetterla di piangersi addosso ed autocastrarsi: troppo facile abbandonare una nave nella tempesta dopo essere stati artefici del suo varo! In secundis isolare i disfattisti, gli affascinati dal neoliberismo, i guerrafondai per principio, i frustrati in cerca di qualsiasi riscatto, gli arrivisti e gli egoisti, i tuttologi e quelli che hanno capito tutto, i capipopolo senza arte né parte; in definitiva: gli inutili, la zavorra, gli ostacoli che nella solitudine dell’urna si pentono e votano il lontano parente o il ras del quartiere. In terzo luogo consiglierei di abbandonare al proprio destino coloro che trascorrono giornate intere in insulse Chat fra sfoghi e bestemmie, lodi e denigrazioni, aspettando un Godot che mai giungerà.


Il pronunciamento “L’état, c’est moi” di Luigi XIV sembra aver pervaso ogni singolo iscritto della piattaforma Rousseau, facendo scappare a gambe levate coloro che soltanto volevano sentirsi partecipi d’un percorso affascinante e fascinoso. Come sempre pronti a declamare che “uno vale uno”, mai a ponderare che l’uno non vale l’altro. Scappiamo anche da questi!

E se ci ritroveremo in quattro gatti, pochi ma buoni come ai bei tempi, finalmente potremo tornare a ragionare su cos’è meglio per la nostra gente, cosa possiamo fare per la nostra gente; giungeremo nuovamente a parlare di temi, soluzioni, aspirazioni e prenderanno altro significato tragitti affollati da gente che cerca di raggiungere il nostro stesso obiettivo, seppur con altra divisa, ma con identica onestà intellettuale.

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25 gennaio 2013

Non bisogna aver paura delle parole! uno “STRUMENTO” diventa indispensabile all’artigiano quando deve mettere in pratica una sua creazione mentale. E allora?
E allora ho trovato lo strumento che potrebbe scardinare l’attuale arroccamento della casta politica italiana sulle poltrone del potere.
E dico “casta” per rendere spregevole (quanto constatabile) il termine “politica”, che altrimenti assumerebbe la connotazione nobile e di rilevante contenuto
che in passato nel nostro Paese ha contemplato veri grandi maestri.
Lo strumento, dicevo, che può essere utile a me (ed a voi) artigiano della politica è il Movimento Cinque Stelle e per questo lo voterò.
Non per condivisione tout court, non per ideologia, non per simpatia, ma per opportunismo: è l’unica rivoluzione politica che potrebbe partire dal basso!

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AGROPOLI, BEL SUOL D’AMORE.

Gli anziani l’hanno ascoltata: “Sai dove s’annida più florido il suol? / Sai dove sorride più magico il sol? / Sul mar che ci lega coll’Africa d’or / La stella d’Italia ci addita un tesor! / Tripoli, bel suol d’amore, / Ti giunga dolce questa mia canzon; / Sventola il tricolore / Col drappo nero della nostra Legion; / Naviga la nave armata / Di mille cuori ardenti di passion, / Tripoli, terra incantata, / Siam le speranza della nostra nazion.”

Ecco, oggi ad Agropoli, mi sento in territorio di conquista, di dominio, di colonia, dove la destra più becera crede d’essere legittimata alla conquista della gestione territoriale grazie ad un’indescrivibile ultradecennale gestione pseudomafiosa di una cosiddetta sinistra, che di sinistra non ha mostrato nulla e si è resa complice della peggiore cultura mafiosa.

Non discuto delle scelte individuali di Tizio o di Caio; non mi compete e considero sacra la libertà di pensiero di ognuno; ma se le scelte personali dovessero diventare strategia politica personale e superassero il confine dell’etica e della morale correnti nella nostra società del 2020… beh, non venite a dirmi che sarei tenuto ancora a tacere!

Quando un giovane, magari quasi coscritto dell’attuale capo politico del Movimento 5 Stelle, tanto per fare un esempio di capacità strategiche superiori alla media, nell’arco di un lustro crea, condiziona, plasma a suo uso e consumo un gruppo di intellettualmente onesti cittadini e poi, non più funzionali alla propria visione di futuro, li disconosce e delegittima… il pensiero non può che galleggiare nella foschia o, peggio, nella inaspettata delusione più cocente! Perché un discorso ed un intento politico basato sull’io anziché sul noi, un discorso politico che sottintende per se stesso un ruolo di leader, un discorso politico che abbraccia tutto e tutti soltanto per mostrarsi “anti” e non dire nulla sul “pro” (al di là della retorica buonista e sottintentendo un compromesso revisionista di un programma a lungo condiviso), non mi convince e non mi convincerà mai.

Che ognuno si senta libero di scegliere la propria strada, non ci piove; ma che lo si faccia sfruttando una situazione contingente e poi, individualisticamente nietzschieiano, si considerino strumenti propagandistici i propri compagni di viaggio… ricorda la spasmodica ricerca di un impero per poter affermare una propria presunta supremazia di intelligenza e di superiorità “tout court”: una razza superiore che si erge sopra la plebe!

Lo so, sto volutamente esagerando; ma per incasellare ciò che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti, nulla calza più a pennello dell’esempio storico di un giornalista socialista, dall’ego spropositato, che mirava a gestire la cosa pubblica con pugno di ferro e mascella volitiva. A me tutto ciò fa ridere, per i tempi, e paura, per la sua possibile praticabilità. Sarà perché incanutito, sarà perché nel cassetto restano soltanto le impronte dei sogni passati, sarà perché non ho mai sentito l’esigenza di mettermi al guinzaglio di qualcuno, sarà perché con l’età la diffidenza prende il sopravvento, ma… rifiuto e vado avanti!

Ristretto nei tempi e nei luoghi, non certo capace di sorprendere nel proprio individualismo, destro di pensiero e carattere, egli tenta di gestire “colleghi-complici”, ex protagonisti e collaborazionisti d’un regime ormai consunto, per un prevedibile e previsto “cambiare tutto affinché nulla cambi” di gattopardiana memoria. Il trascorso viene relegato a incidente di percorso, esperienza archiviata, semmai funzionale nel presente al nuovo disegno; il futuro una sentita contrizione, un ritorno da figliol prodigo all’ideologia primigenia, un pentimento finalmente confessato per una deviazione-distrazione giovanile, da un obiettivo conosciuto e agognato da sempre. Ma non vi è considerazione della storia personale e collettiva recente, né una cultura storico-politica alla quale aggrapparsi; persi perfino i riferimenti futuri. Si invoca un’assemblea di condominio per decidere se la facciata debba essere tinteggiata di rosa o di grigio, senza pensare ch’essa possa sgretolarsi dal profondo e rendere vana qualsiasi tinteggiatura.

Per questa personale visione politica, senza nulla voler togliere all’uomo, non posso far altro che inviare i miei migliori auspici di infiniti successi al concittadino e, nel contempo, defilarmi dall’invito: figlio di una rivoluzione culturale, voglio ancora credermi, nel mio piccolo, possibile padre di una rivoluzione sociale che metta l’essere umano nella sua collettività al centro di ogni intendimento politico.

Sul limitato territorio che mi ospita, quanto sullo sconfinato e variegato mondo che insiste oltre.

Auguri, quindi, ma senza di me!

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Un libro aperto.

C’è chi ti legge come un libro aperto, chi ti chiude come un libro letto, chi ti scrive come un libro bianco, chi ha perso
il segnalibro, chi voleva leggerti ma le emozioni non erano in saldo, chi ti ha sfogliato e riposto sullo scaffale, chi ti ha portato a casa e messo in libreria. Forse un giorno qualcuno ti legge sul serio, dalla copertina all’ultima pagina, e ti porta con sé come il dono piu’ prezioso.

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Auguri a 5S!

Vorrei augurare a tutti di trascorrere delle serene festività; ma non essendo oggi politicamente sereno, ho deciso di comunicare che cercherò di assumere un atteggiamento che segua un preciso codice, senza per questo non abbandonarmi al desiderio di offendere qualcuno, cioè coloro che non condividono in buona fede quanto segue:

A) Dobbiamo far di tutto per non ritrovarci costretti in un pensiero unico: un movimento ha mille anime e mille pensieri e dalla dialettica e sintesi di questi ultimi determina la direzione da prendere;
B) Dobbiamo fare di tutto per sostenere i nostri portavoce al governo, ma non dobbiamo blandirli per non farli sentire isolati: a volte qualche rimbrotto, qualche dissenso, li può aiutare a crescere ed approfondire il loro background personale e politico;
C) Se la forza del Movimento è la coesione ed il suo unico strumento di propaganda la presenza in strada e nel web, isoliamo gli integralisti ed i facinorosi, non i dissidenti intellettualmente onesti: da loro dobbiamo comprendere quanta strada abbiamo percorso e quanta ne resta da fare;
D) Se la base della democrazia è il confronto, è inaccettabile che all’interno del Movimento vi siano atteggiamenti di chiusura o, peggio, di censura preventiva: la verità non la possiede nessuno e solo la sua ricerca può essere il vero collante per un percorso unitario;
E) Distinguere la critica ad un’azione di governo con una dissidenza politica sulla visione della società italiana futura e le sue interrelazioni con le altre: l’esecutivo “deve” a volte accettare il compromesso (purchè comprensibile e transitorio, tappa e non destinazione), il Movimento nemmeno si deve porre il problema di deviare dal percorso di programma tracciato;
F) Più che contare i possibili e probabili voti di consenso, incominciamo a fare pulizia nelle nostre vite reali e virtuali: cancelliamo opportunisti, lecchini, carrieristi, intolleranti, razzisti e chi più ne ha più ne metta dalla nostra esistenza, senza rimpianto alcuno.

Pertanto auguro a tutti i rimanenti di trascorrere giorni sereni, di riposo, fra gli affetti più cari, a ritemprarsi e riacquistare le forze: l’anno che verrà avrà ancora bisogno di tutti noi, sia che ci chiami il Movimento sia che ci chiami chi verrà al suo posto: rimarremo sempre e comunque l’unico e l’estremo baluardo di difesa contro il neoliberismo e tutto ciò che abbia voglia di metterci le briglie e condizionare per i propri scopi le nostre esistenze.

AUGURI A TUTTI NOI!

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CARO GESÙ BAMBINO (per credenti e miscredenti

In occasione della celebrazione della Tua venuta, fa che fra noi s’invigorisca il tuo mito, ché quello della Coca Cola non serve alla gente, come il Tuo, ma alle tasche di pochi privilegiati.
Fa che si possa ricevere un’abbondante libagioni di “rispetto”, in modo tale da poterlo elargire ai Gratteri che se lo sudano, a rischio della pelle, e si possa meritatamente sottrarlo a chi delinque, discrimina, si ritiene impropriamente da Te unto (meglio non fare nomi…).
Fa che sotto l’albero addobbato per la Tua festa le mie strade vengano finalmente attenzione, così come i miei fiumi, le mie montagne, le mie coste, la mia bellezza e la mia millenaria cultura. Ultimamente mi sento un pugile suonato e l’arbitro non ancora si decide a battere il gong!
Fa che alla mensa del 25, ma anche a quella di tutti gli altri 364 giorni, si possano sedere tutti i cittadini di buona volontà; essi non cercano portate elaborate, numerose, abbondanti, ma soltanto un piatto di dignità, condito dai servizi sociali per i quali pagano copiose tasse, ed un pizzico di orgoglio per essere figli miei.
Fa che quelli del Sud non debbano andare al Nord, magari con l speranza d’una cura, magari per poter trovare un lavoro; ma soprattutto fa che quelli del Nord eventualmente li accolga o come concittadini e non avversari, come risorsa e non sfruttatori, come parenti e non come estranei. Chi discrimina addirittura in casa propria… fa che possa essere discriminato da un consesso civile!
Fa che quando e se scarteranno i doni essi possano trovare diritti più che tickets, riconoscimenti più che elargizioni, presenze più che latitanza, lavori più che sussidi, meritocrazia più che clientela, cura del territorio più che grandi opere inutili, amore più che competizione, vita più che sopravvivenza.
La terra che dovrebbe sentirsi a te più vicina: Italia.

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Ricominciamo da tre!

C’è un Regno Animale sulla Terra al quale appartiene anche la specie umana. Quando si era nelle caverne è l’unico scopo era la sopravvivenza, probabilmente questa specie era divisa in due categorie: coloro che pensavano a sopravvivere e basta, coloro che speravano di migliorare la propria condizione: ed anche quest’ultima fazione si può dividere in due gruppi: gli individualisti ( che pensavano al proprio sopravvivere) ed i collettivisti (che pensavano e credevano alla forza della coesione). Faccio ed ho sempre fatto parte di quest’ultima fazione!

Nel tempo trascorso da allora ad oggi (molto molto tempo) si sono via via aggiunte nozioni dovute all’esperienza, concetti filosofici, religioni, correnti psico-sociologiche, ricerche antropologiche, ecc. ecc., ma appare evidente che se siamo divenuti una massa di alcuni miliardi di individui ed abbiamo colonizzato tutto il pianeta, la coesione è stata determinante e, soprattutto, vincente sull’individualismo. Possiamo, insomma dire che siamo una specie sociale, pensante, intelligente, adattabile e… vincente (anche se spesso in modo discutibile).

Certo, individualisti ne sopravvivono sempre e sono anche in grado di trovare collegamenti opportunistici con i loro pari; su questo si fondano le lobbies di potere, economico e non. Ma possiamo vedere che il senso di collettivo che permea le varie società e popolazioni alla lunga riesce a sopraffare gli interessi di questi pochi, magari combattendo e soffrendo, ma (con o senza la ghigliottina) prima o poi riesce a prevalere!

Forse non abbiamo compreso appieno la portata storica di ciò che sta avvenendo in Italia ed in Europa, ma la ribellione cultural filosofica del ’68, dopo lunga incubazione, potrebbe stare portando adesso i suoi frutti: al centro il benessere e la felicità del singolo protetto e garantito dalla comunità della quale fa parte. Né ancora possiamo prevedere gli sbocchi futuri. Ma, come tutte le crisi, ad un momento di sbandamento deve succedere un momento di scelta consapevole e misurata che ti fa progredire più velocemente verso una consapevolezza più profonda e, quindi, uno status più sano e soddisfacente.

Auspico, quindi, sempre più gente nelle strade e nelle piazze a protestare e collettivizzare le sue pretese di felicità, qui da noi come altrove, spericolate, audaci, osanti il sogno. Auspico, nel contempo, astenersi i “perdenti perditempo”.

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Seduto sul divano.

Sarà che sto diventando anziano, ma stasera mi sono incantato a guardare lo sceneggiato su RAI1.

Imbattibili per ambientazione e ricerca storiografica le maestranze della TV di stato!

Sarà che hanno in me risvegliato ricordi lontani e che credevo sopiti, sarà la superba bravura delle meravigliose piccole protagoniste, sarà che ho compreso il passato vissuto e intravvedo ancora un futuro, sarà la consapevolezza che i giovani di oggi che l’hanno guardato adesso mi vedono come qualcosa venuto da molto lontano, sarà…

Ebbene no, non ho visto Di Maio su La7! Non do loro audience; preferisco ignorare, preferisco ormai l’ignoranza all’essere informato dalle puttane.

Vado a letto con pezzo della mia storia, della nostra storia passata; il dopoguerra e un Paese frammentato, impoverito, privo di cultura liberale, privo d’ogni passione e ricchezza. Poi guardo all’oggi, passando lentamente attraverso i decenni vissuti, passando dai quaderni dalla copertina nera ed il bordo colorato di rosso allo smartphone che mi collega all’istante col mondo. Quanta strada s’è fatta, quanta strada ho fatto!

Prima di lasciare l’Italia ai posteri ho la curiosità di vedere come finisce questa crisi sociale, civica, politica, morale, etica. Prima di rassegnarmi all’auspicata vecchiaia voglio rendermi partecipe di un’azione atta a far prendere una nuova strada alla mia gente.

Chiedo troppo?

Un buon lavoro, come un’opera d’arte, è valido quando riesce a farti pensare. Stasera vado a letto felice perché non ho perso tempo a guardare inutile spazzatura, ma una vicenda ricca della nostra storia: il passato a monito per un futuro più sereno.

Buonanotte. (27-11-2018)

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PROVOCAZIONE

Ho preferito che passasse la giornata di commemorazioni più o meno faziose, di solidarietà più o meno pelosa, di enfasi spropositata e di schematismo maschilista. Tanto subito dopo cala il silenzio e, come si dice popolarmente, passata la festa… gabbato il santo!

Sono stato educato al “rispetto” tout court: per l’anziano, il portatore di handicap, il nero, l’ebreo o il cinese, l’omosessuale, il povero, il ricco, lo stupido o l’intelligente, l’alto ed il basso, il grasso ed il magro, il capellone ed il calvo, il rockettaro e il melomane classico, l’ignorante e l’istruito, l’operaio ed il dottore; ma non ricordo in tutto ciò che mamma o papà mi abbiano dovuto insegnare il rispetto per l’altro sesso: se porti rispetto al diverso sei certamente pronto a portare rispetto al tuo complementare!

Ho letto slogan allucinanti e anti-uomo, persone per bene che confondono politica con convivenza “civile”, destri che difendono solo le donne di destra e sinistri che commemorano vittime di sinistra. Nessuno che ha commentato fuori dal coro, anche solo di sfuggita, ricordando e sottolineando una regressione culturale che sta portando il nostro Paese indietro di secoli!

La violenza sul e la sopraffazione del più debole ci riporta a quando l’essere umano ancora viveva nelle caverne, alla legge della giungla; questo esistenzialismo neoliberista oggi si esprime contro la donna, domani sarà il ritorno alla Rupe Tarpea! E qualsivoglia iniziativa si è pensato di mettere in piedi e di incoraggiare non avrebbe dovuto prescindere dall’assioma che in una società individualista come quella attuale è demandato soltanto più all’istruzione la formazione e la crescita del popolo futuro, che la classe genitoriale ormai è stata infettata!

Perché di domenica nelle piazze e non di lunedì nelle scuole? Perché panchine rosse per adulti ormai incorreggibili e non banchi rossi in aule voraci di conoscenza? Perché istituzioni faziose ad arringare il proprio elettorato e non figure istituzionali super partes ad ammonire, magari da uno schermo TV, un popolo ormai reso indifferente alla violenza ed alla sopraffazione?

A chi ed a quanti hanno parlato oggi il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, il Presidente dell’Ordine dei Magistrati, il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, dei Medici, delle associazioni di volontariato? A chi ed a quanti ha parlato il Ministro degli Interni? E il Ministro del Lavoro ha promesso parità retributiva a uomini e donne? E nelle aziende, magari partecipate dallo Stato, si è fatto il punto sul perché vi siano ben poche donne nella stanza dei bottoni? E nelle omelie domenicali, quanti parroci si sono sentiti complici delle scelte sessiste della Chiesa di Roma piuttosto che nelle moschee gli Imam per fare mea culpa sull’interpretazione sessista del Corano?

Troppo facile onorare un impegno una volta all’anno; un’emergenza come questa, un’emergenza socio-culturale è importante almeno quanto il Reddito di Cittadinanza o la lotta contro l’immigrazione. Tutto il resto è fuffa!

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Perforazione.

Una riflessione dall’interno!

Non abbiamo bisogno di un “pensiero unico”, ma di una vera cultura politica. La Politica con la P maiuscola non è quella cosa sporca che ci hanno abituati a dare per assodata.

Non abbiamo bisogno dell’uomo/donna al posto giusto nel momento giusto, ma dell’intellighenzia che abbia una visione globale dello status quo e la caparbietà giusta per modificare il trand.

Non abbiamo bisogno di propaganda, ma di atti concreti, anche eclatanti, che polarizzino l’attenzione sul concreto programma di cambiamento che proponiamo.

Non abbiamo bisogno di leader del territorio, ma di veri portavoce che si assumano l’onere e l’onore di coordinare e far esprimere al meglio i meetup locali, facendo sintesi e programma dell’insieme delle istanze.

Non abbiamo bisogno di integralismo, ma di grande apertura mentale per inglobare competenze e professionalità al top dei vari settori amministrativi.

Non abbiamo bisogno di chi rema contro per i propri bisogni personali, ma abbiamo bisogno anche di chi, semplicemente, non ci avversa.

Non avremo un’altra possibilità!

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SARO’ ALL’ANTICA,MA ANCORA MI INDIGNO!

Nei primi mesi di università mi potevo permettere qualche lira in tasca per giornali e le sigarette facendo il guardiano notturno in un garage romano. Quando pochi mesi dopo mi proposero un posto fisso (allora ancora esistevano!) come lava-provette in un laboratorio diagnostico per centocinquantamila lire al mese, toccai il cielo con un dito; non che il lavoro, niente lavatrice automatica e pericolosa soluzione solfo cromica da maneggiare otto ore al giorno, mi entusiasmasse più di tanto, ma aver messo il piede dentro ad un laboratorio voleva certo dire poter crescere se avessi saputo farmi valere; e per uno studente di medicina non v’era nulla di meglio! Quella crescita professionale in effetti si realizzò in breve tempo (talvolta la meritocrazia, allora, funzionava!) e potei imparare a “fare le analisi”: primi costosi apparecchi informatizzati e corredati di schermi a tonalità verdi, delicatezza e precisione da imporre alle mani che dovevano agire in velocità e scioltezza, puntigliosità delle norme igieniche per evitare problemi e consapevolezza delle responsabilità assunte nei confronti di terzi, multidisciplinarietà e nuove esperienze da affrontare non appena consolidate le vecchie, ecc. ecc.

Fa parte della natura dell’essere umano non accontentarsi mai ed io non sfuggii a questa logica: cercai un nuovo lavoro, più stimolante, sugli annunci atti allo scopo e pubblicati il venerdì su “Il Messaggero” di Roma d ebbi la fortuna di trovarlo. Allora le aziende, più o meno famose, usavano risponderti se inviavi un curriculum, in un senso o nell’altro! Passai così qualche anno a girare l’Italia e l’Europa insegnando ed imparando, più imparando che insegnando, con un dignitoso stipendio e l’ormai introvabile contratto a tempo indeterminato secondo i dettami di un CCNL. I giovani d’oggi, forse, non sanno nemmeno più cosa sia! Ma, per lo stesso motivo che ha spinto l’essere umano ad uscire dalle caverne, fui poi tentato dal mettermi in proprio, dal costruire una mia azienda ed una mia totale autonomia. E lo potei fare con non troppe difficoltà e lavorando sodo tutti i giorni, domeniche e festività comprese. Ebbi modo di ricevere encomi e soddisfazioni e di creare una bella realtà commerciale con interessi diffusi nel mercato nazionale ed in quello internazionale.

Improvvisamente qualcosa andò storto o, forse, ero giunto al mio massimo livello d’incompetenza (le leggi di Murphy insegnano…): tutto crollò in pochi giorni e dovetti ripartire da zero, seppur già superati i quaranta anni, aver abbandonato da tempo gli studi, aver messo su famiglia, acquistata una casa ed una bella macchina, essersi abituati alla sicurezza economica, essersi concesso qualche agio di più. Per imperizia e destino, come ho detto, mi trovai a sfasciare tutto e nell’ineludibile necessità di soccombere o ripartire.

Sono ancora qua. Quindi ripartii.
Senza tediarvi oltre dissertando sui decenni successivi, voglio dirvi soltanto che oggi, dopo mille peripezie, mille lavori, mille rapporti umani, mille esperienze in più… mi sono ancora una volta trovato impreparato e sorpreso di fronte ad una realtà che non solo ignoravo, ma che credevo impossibile: ancor prima che parta il reddito di cittadinanza, ancor prima che alle pensioni minime venga ridata dignità, ancor prima che questo Governo faccia ripartire l’economia di questo violentato Paese, gli imprenditori nostrani (piccoli o grandi non ha grossa importanza, benestanti od oberati di debiti non ha alcuna rilevanza) hanno già trovato il modo di aggirare le leggi che ancora devono essere promulgate: ti pago con sistema tracciabile quanto prescritto per il lavoro che svolgi con i parametri contrattuali corretti, ma poi mi restituisci brevi manu, in contanti, una cospicua parte dell’emolumento che ho elargito!

Ancora una volta il lavoratore appare essere cornuto e mazziato: non solo non percepisce quanto gli spetta, ma paga le tasse su un falso ammontare dell’introito da lavoro dipendente! E si sa: quando hai necessità, ti è preclusa ogni possibilità di scelta!
Scusate se ancora mi scopro ingenuo e mi indigno, ma poi c’è gente che mi dice che il vero problema dell’Italia sono gli immigrati…
A volte penso che il vero problema siano gli Italiani stessi!

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SNOB (SINE NOBILITATE) O NOBILI?

Ci si può mostrare migliori di quanto si sia effettivamente (snob), sfoggiando ipocrite qualità senza alcuna base, oppure si può essere convinti della propria elevazione culturale, dove per cultura s’intende la qualità delle conoscenze e delle esperienze acquisite.

Anche il fare politica e lo schierarsi politicamente può essere fatto per snobismo o per onesta scelta: non si può inneggiare all’onestà ed osteggiare la prescrizione dei reati, non si può dare lezioni di legalità quando si è stati prescritti, non si può dare del ladro a qualcuno quando si è spesa una vita a rubare, non si può dire di amare il popolo se la sua delega è usata a fini personali, e così via. In tal caso si è semplicemente snob, sine nobilitate di princìpi, sine nobilitate di etica, sine nobilitate di morale, sine nobilitate di cultura civica o, semplicemente, sociale.

I nobili, invece, sono coloro che hanno nel proprio bagaglio culturale l’interesse incondizionato per l’altro, la voglia di sapere e conoscere, il sentirsi parte di un progetto o una comunità, l’osteggiare il privilegio quale retaggio feudale, la tolleranza pere l’accettazione delle diversità, la visione disinteressata di un futuro sostenibile, la cura del proprio orticello con le regole valide anche per l’orticello degli altri, e così via.

Allora, prendendo esempio da un qualunque notiziario televisivo o cartaceo odierno, cosa ci interessa oggi:
A) Le elezioni di medio termine americane o la valutazione dei rapporti economici fra Stato Italiano e Vaticano?
B) La focosa dialettica interna all’attuale governo o il disfacimento del territorio italiano e la derivante conta dei morti?
C) Le avventure sentimentali di ministri e giornaliste o le indagini, trentacinque anni dopo, per far credere di voler risolvere un caso che non si è voluto risolvere prima?
D) La squadra di calcio che monotonamente ricopre il ruolo di leader per l’ennesima volta o la squalifica per doping di un campione mondiale?
E) Gli appelli dei notabili europei che fra qualche mese cadranno nel dimenticatoio o quanto avviene nelle piazze francesi piuttosto che nelle questure del Belgio che nei bassifondi di Londra?
F) E così via…
E’ un semplice test per comprendere se si è snob (tipo prima, seconda e terza repubblica) condividendo la prima opzione o, semplicemente, se si ha sufficiente onestà intellettuale per affrontare da veri nobili un futuro che dovrà necessariamente essere più sereno, cercando di comprendere la seconda opzione.

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Stazione di Agropoli-Castellabate

Era molto tempo che non avevo l’occasione di viaggiare in treno. Si può dire che sono nato tra una tratta e un’altra, dato il papà ferroviere, e nei primi diciotto anni di vita ho percorso in lungo ed in largo il nostro paese per oltre 100.000Km (chi ha la mia età sa perché riesco a fare questo conto!). Poi ho prediletto, colpevolmente, l’auto per svago e l’aereo per la professione; sempre meno mi sono immerso in orari grafici (ormai in disuso), sale d’attesa notturne, albe nebbiose sulle pensiline, notti insonni su sedie da bar…


Conosco la stazione ferroviaria di Agropoli-Castellabate fin da bambino, quando mio padre mi portava seco per sovrintendere ai lavori dell’allora raddoppio della linea ferroviaria per Reggio Calabria; per poi approfondirne la conoscenza fin dai primi anni settanta, frequentazione obbligata dall’ardore giovanile prima, da obblighi familiari assunti negli anni successivi.

Ci arrivavo, indifferentemente, di giorno e di notte, da Roma, Torino o Verona, quando l’azienda di stato si chiamava ancora FS! Che il convoglio fosse rapido od espresso od accelerato, partivo dal Nord o dal Sud ed arrivavo! Non dico che s’era rimasti ai tempi della “Freccia del Sole”, se non negli intervalli occorrenti di percorrenza, ma quasi.


Ho ricordi bellissimi, di solitudine, letture importanti, addii e nostalgie, ma pure di allegre reunions con parenti ed amici, sfide professionali cercate e domate, mete ludiche e/o vacanziere.


Mi ha quasi fatto male scoprire stasera che dei cinque o sei binari d’una volta, né sono rimasti attivi solo tre, che da una stazione modernizzata è sparito lo sportello dei biglietti, la Polizia Ferroviaria, gli addetti alle pulizie, il carrellino-bar sulla pensilina; mi ha stupito il trovare il bar chiuso in pieno giorno di festa, i tornelli di sicurezza disattivi e aperti, nessun tipo di sorveglianza, uno speaker elettronico che lancia messaggi che nessuno pare ascoltare, l’assenza totale di personale qualificato per qualsivoglia assistenza. Puoi morire, ché tanto nessuno se ne accorge; e se qualcuno s’accorge d’un tuo malessere… vuol dire che sei già morto.

Non a caso, oggi, mi viene in mente tutto ciò!


Parliamo di Trenitalia, di Freccia Rossa, di TAV, delle diavolerie che volete voi, ma siamo divenuti parvenza di stupidi robots, senza la loro acritica precisione, con la loro incapacità di provare emozioni, sentimenti.


Forse sono d’altri tempi, ma per una volta almeno lasciatemi dire: ne son contento!

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NON C’È PEGGIOR CIECO DI CHI NON VUOL VEDERE!

Ho aspettato che i festeggiamenti finissero, anche soltanto per vedere come sarebbero finiti… E sono finiti, come nei più classici partiti della nostra storia, con l’indottrinamento della massa di fans: non si può più scegliere, ma si raccomanda una strada!

Ben vengano le feste, le riunioni conviviali, ché ti fanno sentire parte d’un progetto, protagonista d’una storia; ben vengano incontri esplicativi, occasioni di informazioni e conoscenza, ché aumentano il proprio bagaglio culturale e una visione critica della realtà. Ma non nascondiamoci dietro a un dito: comunque è la parvenza d’un dialogo aperto, il succedano di un’assemblea propositiva, il surrogato di cose già viste in passato e divenute nel tempo autocelebrazioni acritiche.

Se soltanto un anno fa il Movimento ha coagulato attorno a sé oltre il 30% di consensi ed oggi, forse, può vantarne la metà… qualcosa è andato storto o qualcosa è stata sbagliata. Non credo che un popolo che soffre una crisi economica e sociale così profonda non sia in grado di comprendere chi può dar lui una mano! E se non ci crede… qualcosa lo rende diffidente, lo allontana, lo rende rassegnato. Non la guerra dei Media, vigente da quando il Movimento ha visto la luce, ché in virtù di quella, forse, ha preso i consensi; non perché venissero messi in discussione gli obiettivi primari; non perché qualcuno ha rubato o s’è mostrato diverso da come s’era presentato. Niente di tutto ciò. Soltanto che la promessa di rivoluzione sociale, nei fatti non si è verificata!

Lo so, non siamo e non saremo mai soli al governo. Ma è difficile dimenticare slogans trionfalisti che poi nella realtà non hanno altrettanta efficacia; né si può passare sopra a rocambolesche piroette dettate da compromessi governativi. Non c’è bisogno che faccia degli esempi: non c’è peggior cieco…

Già all’epoca mi schierai contro il binomio “capo dell’esecutivo – capo politico” (e volutamente non entro nella diatriba della necessità di un capo politico in un movimento!). Nulla di personale, ovviamente, ma ricco di significato politico. Probabilmente sono minoranza e mi devo adeguare; oppure sono dissidente e devo stare attento; oppure quello ch’era la forza del Movimento, le mille anime sparse sul territorio, sono state soggiogate all’interesse governativo; oppure il Movimento, in soli dodici mesi, è divenuto partito e nessuno mi ha detto nulla.

È ovvio che, posti in quei termini, i miei consensi alle varie votazioni su Rousseau (esclusa l’ultima sul nuovo accordo di governo) siano risultati in linea con i desideri del capo politico! Chi mai avrebbe voluto la sua delegittimazione? Un suicidio-omicidio politico che avrebbe posto una pietra tombale su tutte le speranze di rivoluzione sociale! Ma…
… non si può festeggiare la nascita d’un partito che accetta il sistema mentre si fa un funerale ad un movimento che non ha assolto, come promesso, il suo compito;
… non si può festeggiare la decennale esistenza d’una visione alternativa quando, realisticamente? ipocritamente? , si riconosce che tale visione non si vuole o non si può più rincorrere;
… non si può festeggiare quando ci si è messi in una posizione senza positiva via d’uscita: che si vada a nuove elezioni oggi o fra tre anni il Movimento non potrà recuperare certo i consensi per una rivoluzione che non ci sarà stata (ma che fu promessa!).

Non basta essere onesti, mi pare chiaro. Se si è anche normalmente intelligenti, incominciano a star stretti i panni di chi si ritiene al di sopra delle parti, soprattutto se non si hanno gli elementi conoscitivi per comprenderlo. Il superamento delle ideologie del secolo scorso non implica la loro negazione, né le vicende storiche che le hanno determinate; superamento non è negazionismo, né rinnegamento; la storia, anche se scritta dai vincitori, è realtà criticata, non fumose elucubrazioni del politico di turno, e dal passato si dovrebbe ricavare esperienza e imparare, non ripartire da zero. Soprattutto se la nostra ripartenza fa comodo a pochi…

Ho trascorso la vita come tutti, difendendomi; talvolta convinto d’essere io a determinarla e gestirla, ma soltanto in parte ciò s’è rivelato reale; più spesso sono stato costretto a difendermi per sopravvivere come essere umano, come cellula libera, come dignità irrinunciabile. Posso mai accettare, coscientemente, di farmi incanalare in un percorso politico che non mi appartiene? Dove e quali sono gli esempi culturali? Dove e quali gli obiettivi, se alla bisogna si possono eludere? Dove i combattenti coerenti differenti da politicanti già troppo spesso sopportati e, ahimè, supportati? Dove i Che e i Fo, i Terzani e le Fallaci, i Gandhi e i Luther King? Non si butta il neonato con l’acqua sporca! Ma l’ignoranza, tout court, tenta di fare anche questo, senza rendersi conto dei pericoli che comporta: tanto il cetriolo va sempre a finire nel solito posto!

Resto in attesa. Aspetto Godot. Probabilmente continuerò a votare il meno peggio, onorando gli eroi che mi hanno concesso il voto. E morro’ pecora nera, per molti. Se farò anagraficamente in tempo vedrò sorgere nuovi astri. Me e ve lo auguro. Ma se penso a figli, nipoti e pronipoti… vorrei assumesse la stessa posizione tutta l’umanità. Non megalomane, ma ottimista: ci si può veramente evolvere, ma senza che qualcuno ci dica che fino ad oggi “abbiamo scherzato”, come il capo politico del Movimento ha cercato di far passare oggi, da domani sarà un’altra cosa.


Raccontatelo ai vostri fans, non più a tutti i cittadini!

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QUESTA EUROPA?

Sto raccogliendo le olive, come altre migliaia di cittadini in questa stagione. Abbiamo qualche pianta in collina e ci teniamo, per il fabbisogno familiare, ad utilizzare il “nostro” olio di oliva. Fra spese di manutenzione (pulizia, trattamenti, raccolta, potatura) delle piante, lavoro manuale di più persone (nati cittadini, ben difficilmente raggiungiamo l’efficienza di chi nella terra ci è nato!), frantoio, trasporto da casa in campagna e viceversa, acquisto attrezzature, ecc. ecc., facendomi un rapido calcolo quest’olio non mi viene a costare meno di 20€/litro. Quello tunisino, per citarne uno a caso, arriva in Italia imbottigliato a meno di 3€/litro! E per completare il quadro: il collo, le mani e la schiena non si sono mai fatti sentire tanto come stasera!

L’Europa dell’economia mi imporrebbe senza appello di abbattere immantinente le piante di olivo per sostituirle con altra coltura più remunerativa: la concorrenza africana risulta economicamente imbattibile! Inoltre: non valuta affatto, ad esempio, che se coltivassi lavanda per l’industria profumiera o pomodori per l’industria conserviera probabilmente otterrei l’identico risultato economico di non riuscire a coprire le spese, chè i cartelli delle multinazionali non osservano il libero mercato, ma impongono prezzi a loro più convenienti.

Ma tralasciamo questo piccolo particolare…

Quello che l’Europa economica attuale non valuta è che le piante di olivo le ha piantate nei decenni passati un mio avo, che tanti avi lo hanno fatto, che quelle piante rappresentano la storia e la cultura di un popolo, che il loro abbattimento significherebbe svilire ed annientare chi ci ha preceduto, che un popolo senza tradizione e senza storia non sa più dove sta andando, che l’acquisto di tale materia prima in futuro ci renderebbe schiavi di un altro paese produttore, che un domani il prezzo da pagare non sarebbe determinato dal nostro bisogno ma dall’avidità di chi vende, che probabilmente nel tempo saremmo chiamati a mutare le nostre abitudini alimentari esponendoci a nuove disfunzioni e malattie, che così facendo si auspica un’industrializzazione alimentare selvaggia che già miete molte vittime in altri Paesi Occidentali.

Anche tutto questo ha un prezzo, ma l’Europa economica di oggi sembra non avere affatto alcun interesse a considerarlo!

E allora, se non voglio farmi del male, sono costretto ad andare controcorrente rispetto a ciò che mi vogliono imporre, e sono costretto a spendere 20€/litro per salvaguardare la “mia civiltà”. Non sono io che devo cambiare, ma l’istituzione europea che ci troviamo di fronte oggi: essa non salvaguarda l’identità e la cultura dei popoli europei (di esempi simili se ne potrebbero fare migliaia!), ma ha interesse soltanto a proteggere i grandi potentati economici ed i grandi capitali, condizionando tutte le scelte che non coincidano con questo interesse primario.

O la Comunità Europea cambia radicalmente strada, onorando chi (come l’Italia) l’ha pensata e voluta in origine con valorosi princìpi e grandi speranze, oppure è meglio regredire a ruolo di nazione sovrana del proprio destino. Così come sappiamo bene che per questo neoliberismo economico la sanità, l’istruzione, la difesa sono capitoli di spesa (pertanto non troppo allettanti e non volentieri incrementabili negli accordi collettivi tra Paesi), così faremo in modo che il consumismo a senso unico delle multinazionali e delle lobby smetta di comprarsi il nostro Paese ed asservire ai propri interessi quel poco che rimane.

Non v’è alternativa!

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Quale giustizia?

Non è auspicabile, né necessaria, ma URGENTE ed IMPRESCINDIBILE una riforma della giustizia che preveda:

1) la certezza della pena e l’abolizione del rito abbreviato e della facoltà di non rispondere;
2) il dimezzamento dei tempi per giungere a sentenza;
3) l’indipendenza intellettuale, comprovata nel tempo, del giudice con apposita qualificata commissione ministeriale;
4) task torce limitata nel tempo per lo smaltimento delle vecchie pendenze;
5) la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura;
6) il divieto, per i magistrati, di qualunque forma di associazionismo e/o consociativismo;
6) la semplificazione normativa dei Codici Civile e Penale conseguentemente alla revisione della summa delle leggi.

Senza ciò la legge è diversa per tutti e, soprattutto, non si può pretendere il rispetto della legge senza sancire che la nostra società è suddivisa in caste!

Un lavoro immane, ma se mai si incomincia…

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Povera Agropoli! Povera Italia!

Lo scrivevo due anni fa e Facebook me lo ricorda. Non è cambiato nulla, anzi…

“Un’assonanza constatata: governate da politici mediocri da mediocri cittadini legittimati a governare!

A parte pennivendoli locali e nazionali che non sanno più cosa inventarsi per arrotondare stipendi, adesso ci sono professionisti che credono più abbondante il piatto della politica di quello del loro sudore. Così si inventa una mediocre adesione ad un mediocre gruppo politico per un improbabile mediocre risultato elettorale con lo scopo di godere di una mediocre visibilità.

Si dichiara di non voler essere troppo presenti sui socials per non confessare la propria radicale ignoranza, in particolare dei nuovi mezzi di comunicazione. Si appoggia una mediocre strategia distrattiva per non entrate nel merito dei problemi reali. Si dichiara un improbabile amore per la propria terra e la sua gente e ci si rivolge ad ideologie xenofobe, antistoriche, colluse.

Io, cittadino acquisito di Agropoli, meridionale italiano, mi vergogno a dover assistere a simili sceneggiate il cui unico scopo è sempre quello di dove meglio collocare il cetriolo!”

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“Un film è la vita a cui sono stati tagliate le parti noiose” – ALFRED HITCHCOCK

Ho taciuto per qualche giorno non perché non avessi nulla da dire, forse il contrario. Ma troppe riflessioni e troppo contrastanti non deponevano a favore di chiarezza, sincerità e convinzione. Caotico è il momento politico, in ambito nazionale ed in ambito locale; caotica l’esistenza abituale fra accidenti ed incidenti; disarmante la routine che, più per stanchezza che per impossibilità effettiva, non riesci a spezzare in alcun modo. E allora accade che ti imbottisci di informazioni per non perderti nella sola tua intimità intellettuale e, grazie ad essa, navighi altrove.

Non so se è il Governo in quanto tale o l’Italia tout court in questo periodo che non paiono troppo amati; ma è sotto gli occhi di tutti che quando un popolo esce dagli schemi prefissati ed esprime un inappellabile responso che a qualcuno non piace, subito viene colpevolizzato come se fosse l’artefice di tutto ciò che di male avvelena il pianeta. Non mi stupisce più di tanto, chè la Historia Magistra Vitae già più volte ha avuto modo di mostrarci tali ineluttabili risultati, più o meno sventati. Però mi preoccupa il nemico che coltiviamo in seno!

Normalmente un paese in difficoltà si stringe alle proprie istituzioni democratiche, come si dice “si dà un pizzico sulla pancia”, e va avanti alla meno peggio, magari sperando in tempi migliori; l’Italia e gli Italiani l’hanno fatto più volte negli ultimi decenni. Ma da quale pianeta vengono coloro che oggi e soltanto oggi non lo vogliono fare? Soltanto la fantasia di uno scrittore o, meglio, di un cineasta può tinteggiare le scene da manicomio alle quali siamo costretti ad assistere quotidianamente!

Ci troviamo da una parte un Presidente della Repubblica che, famoso per i suoi silenzi, inaspettatamente emula Marcel Marceau in “L’ultima follia di Mel Brooks”; da un’altra i vari segretari e facenti funzioni del maggiore partito di sinistra che, pur di remare contro, emulano “Il cadetto maggiore Brian Moreland” in “Taps, squilli di rivolta” fino all’inevitabile sacrificio finale. Poi vi è una cariatide a destra che ha fatto il suo tempo, ma non se n’è accorto, che finge un’opposizione per condizionare il suo comprimario che si trovava al governo e se n’è voluto andare, manifestazione paranoica interpretata malissimo, emulo di uno strepitoso Jack Nicholson in Shining, anche qui destinato ad un funereo (e speriamo definitivo) definitivo “The end”.

In mezzo a questi cosiddetti personaggi di primo piano, inoltre, v’è una miriade di comparse dal velocissimo turn-over che ricordano il parente stupido di Vittorio Gassman nell’indimenticabile Armata Brancaleone: un difficile percorso da compiere con una masnada di reietti, derelitti, rifiuti umani, la peggior feccia, insomma, contrapposta ai più alti valori cavallereschi ed umani. La perfetta allegoria di ciò a cui stiamo assistendo…

Alla fine ciò che si staglia immenso all’orizzonte, forse anche più di ciò che avrebbe meritato, è solitario un castello assediato nel quale Messer Conte ed i suoi fidati scudieri difendono a spada tratta da tutto e da tutti un percorso che vuole essere di rinascita e riscatto; e Messer Conte non finirà mai di ringraziare la variegata platea più sopra citata che più si agita e più lo fa emergere dal deserto che si ritrova attorno in un’apoteosi di incredibile forza e legittimazione. Dovendo simboleggiarlo in un film, per sdrammatizzare una situazione che invece lo è, ritorno con la mente alla celebre battuta di Marty Feldman in Frankenstein Junior “Il lupo ululà, il castello ululì” quale preludio all’immediato successivo “SI PUO’ FARE!”

Stando così le cose… questo governo durerà altri cento anni!

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Buono studio!

Sento il desiderio di augurare a tutti gli studenti di ogni ordine e grado della città di Agropoli che domani ricominciano e dell’Italia intera un “sereno e proficuo nuovo anno scolastico”.

Nessuno vi ha ancora detto, io credo, ed incolpevolmente ancora ignorate che abbiamo il dovere di sentirci in guerra; una guerra contro l’ignoranza, l’imbarbarimento civico, lo strapotere del denaro e di chi lo gestisce, le scelte ed i programmi non condivisi, le lotte intestine per instaurare ceti e classi sociali controllabili e condizionabili, le scuole che crollano al primo sussulto, le scuole che crollano per l’incuria di chi dovrebbe occuparsene, i libri di testo dettati dal profitto anziché dalla sete di conoscenza e divulgazione, gli insegnanti demotivati e delegittimati da un sistema clientelare e prezzolato, i genitori disattenti ed impegnati nel sopravvivere quotidiano, il degrado etico e morale del nostro Paese per facilitare la supremazia di pochi e la sudditanza di molti, ecc. ecc.

Sarete, spero, i combattenti di domani, ma dovrete combattere con l’unica arma che vi resta a disposizione: la conoscenza! Dovrete essere consapevoli della vostra storia, della vostra scienza, della vostra cultura umanistica per affrontare un nemico subdolo, astuto, potente: la cosiddetta globalizzazione neoliberista, creata da pochi per comandare su tutti, che a discapito della propria etimologia rubata alla parola “libertà” vuol renderci tutti schiavi del dio denaro e alimentare il nuovo tipo di colonialismo, quello economico.

Rifiutate l’omologazione, siate individui coscienti dei vostri limiti e, soprattutto, delle vostre potenzialità; esse saranno tanto maggiori quanto maggiore sarà il vostro sapere, quanto migliore risulterà la vostra identità culturale, quanto più grande sarà l’amore e la dedizione che dedicherete ai vostri vicini ed al vostro sociale.

Per questo l’esortazione che mi sento di farvi è: studiate, studiate, studiate! Soltanto così avrete maggiori opportunità di essere fautori del vostro destino, libero e libertario, pacifico e determinato, inclusivo ed indiscriminante, moralmente ed eticamente saldo sui princìpi universali di uguaglianza e rispettoso e difensore delle differenze identitarie, sempre all’attacco di ogni tentativo di supremazia.

Non vedo altra soluzione, per tutti voi e per l’essere umano, per superare un’impasse di civiltà come quello che stiamo vivendo in Europa e, forse, nel Mondo senza rischiare di ritrovarsi immischiati in guerre fratricide e senza possibilità di ritorno.

Per non essere tacciato di esasperato pessimismo, però, voglio spezzare una lancia in favore di tutti coloro che già oggi, con onestà intellettuale, stanno combattendo e lavorando affinchè voi possiate riuscire nell’impresa e regalarvi un mondo migliore: essi esistono, non sono pochi, e vi stanno preparando il terreno; sappiateli riconoscere e sappiate andare oltre!

Buono studio!

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DA PROTAGONISTI A TESTIMONI

E’ SOLO IL TEMPO CHE PASSA
(per i giovani che sono curiosi e gli anziani che devono rispondere)

Tutti i giorni si è protagonisti della propria esistenza e comparse in quelle degli altri.

Man mano che il tempo trascorre, però, le vicissitudini si susseguono imprevedibilmente e ci ritroviamo ad essere soltanto più testimoni del nostro vivere trascorso, allontanatosi ormai dai più profondi e fragranti coinvolgimenti emotivi. Unica speranza di sopravvivere a noi stessi (se mai ce ne serva una), quindi, è trasmettere alle giovani generazioni le nostre testimonianze affinchè, con spirito critico, essi possano trarre deduzioni, insegnamenti, ribellioni; mai indifferenza e superficialità: se non si sa da quale passato si viene, difficilmente si riuscirà a centrare gli obiettivi del futuro!

1970 – Io c’ero, ero lì, quando Junio Valerio Borghese con Ordine Nuovo ed Avanguardia Nazionale, nella notte dell’Immacolata, tentò un colpo di stato (del quale erano stati informati gli USA!) utilizzando gruppi armati, ufficiali delle Forze Armate ed il Corpo delle Guardie Forestali, salvo poi dare lui stesso un discusso e mai spiegato contrordine con il suo conseguente aborto dell’azione militare. Leggete, studiate e cercate di comprendere come è possibile che soltanto 48 anni fa in Italia è stato concepito un golpe antidemocratico, chiedetevi a chi poteva essere utile una svolta autoritaria, chiedetevi che fine hanno fatto i protagonisti di allora.

1973 – Io c’ero, ero lì, quando Salvador Allende, democraticamente eletto Presidente del Cile tre anni prima, viene massacrato al suo posto di lavoro durante un riuscito colpo di stato del generale Augusto Pinochet. Chiedetevi quanto e dove è vissuto il generale dopo la morte del fautore della non violenza “Compagno Presidente”, chi l’ha protetto e perché; annoverate questo golpe (da allora in Italia si utilizza questo vocabolo spagnolo!) fra le decine di altri simili che gli USA hanno promosso negli anni precedenti e nei successivi in America Latina e non solo e perché. Leggete, studiate e cercate di comprendere come è possibile che una potenza economica mondiale definita democratica abbia potuto e possa ergersi a carnefice di altre Nazioni per opportunismo economico.

1977 – Io c’ero, ero lì, quando Giorgiana Masi è stata colpita a morte a soli diciannove anni da un proiettile durante una manifestazione studentesca, appena superato il Ponte Garibaldi. Non distavo neanche 100 metri dalla sua breve agonia! Guarda caso il Ministro dell’Interno d’allora era un certo Francesco Cossiga e non era affatto inusuale che nelle manifestazioni studentesche la polizia usasse colpi d’arma da fuoco (di armi rigorosamente non d’ordinanza!) come deterrente. Leggete, studiate e cercate di comprendere come è possibile che soltanto quaranta anni fa in Italia una ragazza, una studentessa, mano nella mano col fidanzato, potesse venire uccisa perché aveva deciso di protestare per condizioni di vita migliori e per difendere le proprie speranze nel futuro.

1978 – Io c’ero, ero lì, quando Aldo Moro e la sua scorta massacrata. Allora passavo tutti i giorni da via Fani per recarmi sulla Trionfale a prelevare campioni biologici da analizzare. Non sapevo che lo statista abitasse lì, ma lo incrociavo spesso nella zona di Sant’Emerenziana dove si recava abitualmente a Messa. Quella mattina, però, non vi passai: era il mio primo giorno di ferie e stavo partendo per Venezia… La notizia, assurdamente eclatante ed inaspettata, sconvolse l’intero Paese, ormai convintosi di essere sull’orlo del baratro dei disordini sociali e di una strisciante guerra civile. Non entro nel merito politico (se di meriti si può parlare) che le Brigate Rosse si erano prefisse volutamente o meno e che hanno determinato una svolta decisiva negli anni successivi; né, a distanza dei quaranta anni trascorsi, è mai stato sciolto il dubbio che vi presero parte (anche questa volta) servizi cosiddetti deviati dello Stato e che questi, alla fin fine, decretarono anche la morte quaranta giorni dopo dello statista. Leggete, studiate e cercate di comprendere come è possibile che in Italia un piccolo gruppo armato possa determinare in un attimo la storia di un intero Paese. Chiedetevi se oggi sarebbe possibile rapire Di Maio o Salvini e portarli a morte: a chi gioverebbe? Perché? Non vi fermate soltanto all’aspetto, per quanto tragico, ed alle morti; andate oltre…

1980 – Io c’ero, ero lì, quando Valerio Verbano veniva massacrato in casa sua da un’irruzione fascista in cerca di un dossier mai recuperato. Lo conoscevo, lo frequentavo: più giovane di me, era un cane sciolto della sinistra extraparlamentare; lo ricordo mingherlino, svelto di cervello, dal metabolismo vivace e da un’intelligenza ed una forza di volontà non comuni. Negli anni di piombo lo scontro fra opposte fazioni sfociava spesso in un’inevitabile violenza, ma mai tale da far presagire la possibilità che si potesse venir massacrati a diciannove anni, con i genitori impotenti in un’altra stanza, perché si raccolgono informazioni su soggetti considerati nemici. Un ragazzo dimenticato, nonostante la madre non si sia mai data pace; dimenticato dall’inchiesta superficiale, dimenticato da una marea di pentiti che raccontavano di tutto ed il suo contrario, dimenticato da un movente che appare oggi ridicolo (qualche foto, qualche articolo di giornale e poco più), dimenticato da una mancata verità giudiziaria. Leggete, studiate e cercate di comprendere come è possibile che soltanto trentotto anni fa, per motivi politici, nella democratica Italia, si massacra un ragazzo e soltanto venti giorni dopo lo si vendichi in qualche modo con un altro omicidio (Angelo Mancia, un nome comparso negli appunti di Valerio) e nessuno ne paghi il fio.

1984 – Io c’ero, ero lì, quando Giorgio Almirante, segretario del Movimento Sociale Italiano ed ex capo di gabinetto del famigerato Minculpop della Repubblica di Salò, stupì tutti presentandosi inaspettatamente nella tana del lupo, in via delle Botteghe Oscure, alla camera ardente di Enrico Berlinguer. Mi pare che, in quell’assolutoed incredulo silenzio tombale, gli andò incontro, fra decine di increduli compagni del PCI, Riccardo Pajetta che lo ringraziò per quel gesto che gli faceva tanto onore, a dimostrazione che anche il nemico più acerrimo, quello al quale non rivolgevi mai la parola né lo sguardo, quello che avversi da quando sei nato, gli si possa offrire l’onore delle armi e dargliene il merito. Leggete, studiate e cercate di comprendere come è possibile che nell’Italia del golpe Borghese e delle Brigate Rosse un uomo con un così importante trascorso di fede fascista , come ebbe a rivelare la moglie Vittoria più tardi, si ritrovò a piangere sul feretro del nemico morto e che, giustamente, ebbe lo stesso privilegio quando fu l’ora della sua dipartita. Sarebbe ancora possibile oggi, soltanto trentaquattro anni dopo?

E come i “Tre Moschettieri Vent’anni Dopo” proseguo:

2005 – Io ci sono, sono ancora qua, da quando Beppe Grillo nel suo blog parla per la prima volta di meetup (e sciolsi presto la mia perplessità sul perché non chiamarli come li chiamavamo noi allora: collettivi) ed io mi sento orfano del mondo della politica che sento non appartenermi più; o meglio: io sento di non appartenere più ad alcuna compagine riconosciuta in gruppo o partito. La sinistra, e lo vediamo meglio ai nostri giorni, ha tradito profondamente intere generazioni ed appare delegittimata a proporre ancora una qualsivoglia alternativa al sistema vigente; la destra, grazie al duo Berlusconi-Fini, ha perso tutto il suo appeal patriottico-sovranista; il centro ha fatto la fine della neve al sole. Leggo, studio e cerco di comprendere come è possibile che nell’Italia di soli tredici anni fa devono essere dei comici ad affrontare le problematiche civico-sociali mentre l’esercito dei privilegiati al potere pensa soltanto ad arraffare e curare i propri interessi da casta dominante.

2007 – Io ci sono, sono ancora qua, da quando Beppe Grillo, stupendo un intero Paese, lancia il primo “Vaffanculo Day” contro la casta e per dare al popolo la possibilità di scegliere chi lo dovesse rappresentare nelle istituzioni e, soprattutto, che fosse possibile non essere governati da condannati, pregiudicati e simili. Inoltre lanciava la proposta dei due mandati elettorali, chiaro strumento per l’abolizione del tanto odiato carrierismo politico. Leggo, studio e cerco di comprendere come è possibile che nell’Italia di soli undici anni fa fosse così ostico comprendere che pretendere l’onestà intellettuale dei governanti o di chi era designato a governare fosse un principio inalienabile della convivenza civile.

2009 – Io ci sono, sono ancora qua, da quando Beppe Grillo, ancora una volta sorprendendo tutti, soprattutto per la lungimiranza, annuncia la sua candidatura alle primarie per l’elezione del Segretario del PD, vedendosela subito rigettata. Il comico, con l’aiuto di Gianroberto Casaleggio, fonda il Movimento 5 Stelle e propone uno specifico programma. Leggo, studio e cerco di comprendere come è possibile che il Partito Democratico non abbia compreso (oggi dico: per fortuna!) soltanto nove anni fa quanto fosse messa in pericolo la sua sopravvivenza dalla nascita di una nuova forza politica che finalmente affrontava le problematiche della gente dal punto di vista della gente, cioè che partiva dai presupposti che sarebbero dovuti essere quelli di un partito che poteva rivendicare un passato socialista.

2012 – Io ci sono, sono ancora qua, da quando Beppe Grillo presenta il Movimento alle elezioni regionali della Sicilia, terra a me molto cara, aprendo la campagna elettorale attraversando a nuoto lo Stretto di Messina, mostrando una caparbietà ed una convinzione di riuscita che fa guadagnare 15 seggi nell’Assemblea regionale. Quindi le elezioni nazionali dell’anno successivo e la nomina di Di Maio a Presidente della Camera a ventisei anni. Leggo, studio e cerco di comprendere come è possibile che si possano avere, soltanto sei anni fa, masse di cittadini che mostrano ancora remore di fronte ad un’Italia che annaspa sempre più nelle difficoltà economiche ed in balìa di forze estranee al suo tessuto socio-culturale; diventano incubi lo spread e le privatizzazioni, l’Euro ed i migranti, la delinquenza e la corruzione, la mafia e la clientela politica.

2014 – Io ci sono, sono ancora qua, quando il Movimento alle Elezioni Europee supera il 21% di voti e porta a casa 17 seggi, secondo soltanto al PD. Finalmente sono pienamente soddisfatto e la grillità ch’era in me e che ancora non volevo riconoscere esplode definitivamente e mi avvicino all’attivismo nel mio luogo di residenza. Leggo, studio e cerco di comprendere come è possibile che si possano avere dei compagni di viaggio così dissimili da sé, eppure così complementari, ed averci messo una vita per accorgersi che facendo, più che parlando, sarebbe stato più facile mantenere la dialettica in onorevoli ambiti civici e con una potenzialità di concertazione senza confini: l’ideologia diviene una vaga filosofia da salotto per lasciare spazio alle proposte concrete ed all’onestà intellettuale di chi ti accompagna.

2017→Oggi – Io ci sono, sono ancora qua, quando il Movimento indice le primarie per la designazione del premier, dei candidati e del capo politico del Movimento e, nel marzo successivo, si trova ad essere la prima forza politica del Paese. Ancora leggo, studio e cerco di comprendere come è possibile che in Italia, oggi, vi siano ancora cittadini che non abbiano aperto gli occhi su come in tutti questi anni siano stati preda di giochi che si giocavano su tavoli a loro inaccessibili e non decidano di assumersi la responsabilità di fare scelte di democrazia diretta ed attivismo civico.

Per il futuro sarà la Storia, eventualmente, a doverci assolvere!

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Elucubrazioni mattutine

Un profilo di pensatore, non dico di filosofo, deve possedere caratteristiche naturali ed acquisite: l’intelligenza e la cultura. Mentre per la prima è Madre Natura che determina, per la seconda è il cammino di vita e di studi che risultano fondamentali.
Ma non basta essere pensatori “tout court”, ma avere la capacità di orientare il proprio pensiero, a volte verso le esigenze personali, a volte verso i massimi sistemi; in tutti i casi risulta improduttivo arrovellarsi sul sesso degli angeli, pur se si è addirittura pastori di anime.
Ma il pensiero in sé, così come viene, se ne va; dobbiamo coltivare la capacità di curarne la collocazione organica, previa corretta catalogazione e collocazione, in una “visione” globale che includa la nostra idea di vita collettiva, di partecipazione, di storia, di ricerca e di evoluzione.

Chi riesce a far proprio tutto questo.. può aspirare a divenire sviluppatore di prospettiva anche per gli altri: vuoi nella religione, vuoi nella scienza, vuoi nella società civile.
Ritengo che a questi livelli si possa finire di essere serenamente paragonati ad un artista per creatività, fame di ricerca, prospettive indipendenti, libertà da condizionamenti. Tutto ciò che è indispensabile per chi crea ciò che noi chiamiamo arte, estetica o etica che sia, compresa la Politica con la P maiuscola.
Questa è la teoria. In pratica, basta guardarsi attorno, così non avviene quasi mai; e coloro che riescono vengono giustamente additati come “geni” se morti, “enfant prodige” se hanno la sventura di essere ancora vivi.
Dai geni l’umanità è stata arricchita di conoscenza e stimolata a creare un futuro sociale sempre più equo, dai secondi difficilmente riesce a carpire qualcosa, ché intenta più a difendere l’acquisito piuttosto che vedere l’illuminazione.
Dopo questo lungo esplicativo preambolo veniamo al dunque: al di là di ogni altra considerazione un personaggio politico “deve” possedere una visione globale della società, non delle specifiche competenze tecniche; “deve” pensare ad una possibile soluzione delle problematiche sociali, non a come tecnicamente porre in pratica la soluzione. È lapalissiano che maggiore sarà il suo background di competenze ed esperienze, maggiormente dettagliato sarà il disegno che vorrà realizzare, ma la migliore formulazione pratica per realizzarlo sarà definibile dai tecnici con i quali dovrà collaborare e che, in quanto tali, saranno esperti sulla qualità dei coloranti senza necessariamente essere edotti sul disegno complessivo, che risulterà sempre essere di più della somma dei loro contributi.
Allora anche un “bibitaro”, come sprezzantemente si sente dire, può avere una visione geniale e porre in essere tutte le procedure per concretizzarla; mentre un professorone in economia vedrà soltanto l’aspetto monetario delle dinamiche sociali, non ponendosi affatto il problema se esse, al dunque, soddisfino veramente il bisogno di felicità (e la sua ricerca) dei popoli.

Il dio denaro, quindi, dev’essere asservito alle necessità sociali, non le società condizionate dal dio denaro.

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Orazione

Liberamente manipolato dall’orazione funebre di Marco Antonio sul corpo morto di Giulio Cesare, William Shakespeare (si starà rivoltando nella tomba!):

“Si potrebbe mai sparlare e vilipendere i nostri Amministratori dicendo d’essi che sono corrotti?
Non si potrebbe mai, anche se Bruto ed altri compaesani affermano che sono collusi e Bruto e gli altri compaesani sono uomini d’onore.

Si potrebbe mai affermare che i nostri Amministratori adorino più il denaro che il sangue del loro sangue?
Non si potrebbe mai e tuttavia è Bruto con i suoi compaesani ad affermare che essi sono avidi e Bruto e i suoi compaesani, voi lo sapete, sono uomini d’onore.

Signori, se si fosse qui soltanto per scuotere il vostro cuore, la vostra mente, per muovervi all’ira, alla sedizione faremmo torto a Bruto, agli altri compaesani, uomini d’onore, come sapete.

Meglio per voi ignorare, ignorare… che l’Amministrazione vi ha sempre preso in giro pensando ai fatti propri più che ai vostri. Perché che cosa accadrebbe se voi lo sapeste?
Dovrei… dovremmo tradire gli uomini d’onore che porranno fine a questa Amministrazione?”

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EVOLUZIONISMO

È stato un atto rivoluzionario partorire nel cielo politico italiano (e non solo… ) 5 Stelle che rappresentassero una nuova luce nel panorama involuto della convivenza sociale italiana (e non solo…). Coloro che per oltre un decennio, percorrendo strade fisiche e metafisiche, si son fatti le ossa ed i muscoli per poi ritrovarsi nelle stanze dei bottoni, sono ancora lì, degni di fiducia, integerrimi, coi loro pregi e difetti, ma coraggiosamente determinati a concretizzare una pacifica rivoluzione sociale, dapprima sognata e adesso quasi tangibile.

Nessuno di loro ha tradito. Semmai il mare è agitato, si fa fatica a nuotare, qualcuno forse perira’, qualcuno allo stremo abbraccera’ qualche relitto galleggiante; ma il viaggio compiuto non può esser riavvolto, qualsiasi sia stato il percorso effettuato.

Spesso conta più il viaggio della meta; e siamo consapevoli che la meta è ancora lontana. La barca utilizzata, forse per vetustà, forse perché fabbricata per navigare in un lago e non su un oceano, probabilmente è prossima ad affondare, ma ci ha portato fin qua! Lo sapevamo: gli Elevati l’avevano predetto che un giorno la barca, sfiancata, sarebbe tornata fasciame!

Non resta che aspettare che giunga il piroscafo d’altura per farci approdare sulla sponda bramata, non vi è scelta diversa possibile. Ma abbiamo una certezza: qualcuno potrà anche perire, ma il programma di viaggio rimane sul diario di bordo; semplicemente sarà realizzato da altro armatore, altri marinai, altro mezzo. L’importante comunque è giungere alla meta!

Sta a noi farci trovare pronti quando avvisteremo il piroscafo all’orizzonte: potremo finalmente liberarci dei giubbotti di salvataggio che ci hanno tenuto a galla per affrontare le forti murate che finalmente ci porteranno nel nuovo mondo: la nostra società finalmente in evoluzione civica.

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DECADENZA

Giro nel centro storico. Uno sfizio di cena: onorando il cibo di strada mi sono concesso un cuoppo di calamari. Compagna una birra. Mi sono accomodato all’esterno del minuscolo locale e, mentre lo gusto, mi guardo distrattamente attorno. Ho tempo da perdere e mi perdo nei miei pensieri.

Un’umanità disordinata s’aggira per strada, forse in rappresentanza di  tutte le generazioni viventi, ma…

Nel Paese del “bello” (tout court, come direbbe un mio avversario politico), appare forse segno dei tempi e dell’inciviltà dilagante la settantenne obesa abbigliata alla moda del Charleston, la tredicenne che espone le tette acerbe come trofeo di caccia, il giovane culturista tatuato in canottiera espositiva, il commendatore in perizoma e pancia al vento, il pargolo in passeggino con lo smartphone in mano, la mamma appesantita che ciacola con le amiche succhiando voluttuosamente un lecca lecca; poi: ombelichi di tutte le fogge e colori esposti impunemente a divenir scostumate provocazioni, orecchini e piercing che dilagano oltre ogni misura ed immaginazione, tonsure francescane frammiste a pettinature alla III Reich, ciabattare ritmato o dismesso dell’innamorato deluso o del commendatore finalmente in vacanza, residenti appagati dalla frescura della sera e alberganti smaniosi di conquistare negozi e locali pubblici.

Non so darmi una ragione e non mi capacito: cui prodest? A questa città ormai abbandonata al proprio declino economico? Al commerciante di zona che ormai vive un mese all’anno? Al giovane studente che presto scapperà altrove?

Nel Paese del bello ritengo che in quest’angolo di Campania ci stiamo giocando in malo modo tutto ciò che i nostri antenati avevano creato: il bello, appunto. Dopo le statue classiche romane in tunica, i muscolosi nudi monumentali del Rinascimento, la dignità di popolo nello sforzo produttivo post bellico… siamo caduti nei “vasci e pertusi” che il neoliberismo ancora ci elargisce.

Che squallore cosmico! Che assenza di dignità civica! Vogliamo forse implorare alla nebbia che incombe sul nostro futuro di non alzarsi mai più?

Il cuoppo è finito, così come la birra; differenzio i residui da buon cittadino e m’incammino sconsolato verso la notte. Il buio m’aiuta a non vedere tanta bruttezza e piano piano mi ritrovo a pensare al personale quotidiano. Domani è un altro giorno, direbbe Rossella. Un ultimo flash: tutti sulla spiaggia in costume da bagno, vivaddio, con soltanto i precipui difetti che Madre Natura ci ha riservato, non con le brutte maschere che sfoggiamo in società.

Un evviva al mare! Un evviva all’Estate!

RIVOLUZIONE O EVOLUZIONE? OVVERO: LA METAMORFOSI.


Bellissimi il “non statuto” e l'”uno vale uno”. Essi sono impronta univoca di libertà individuale imbrigliata dai principi più alti possibile, quelli che rispondono all’etica ed alla morale sociale. Se ci si rifà a quelli… non può esservi paura di sbagliare!


Grazie a questo il Movimento è potuto divenire di massa ed aspirare ad essere artefice di una rivoluzione culturale che riportasse l’essere umano ad essere finalmente al centro di ogni azione socio-politica. E grazie a questo è riuscito in pochi anni ad incassare un consenso che ben pochi in passato hanno potuto esibire.


Ancora in quest’ambito si sta e si deve ragionare, pur se già forza di governo obbligata alla mediazione, visto che le regole interne in primis devono garantire l’osservanza di principi eti e morali. Finché esse non verranno cambiate, tutti si devono uniformare a tali principi per risultare utili e stimolanti al Movimento. Che qualcuno, poi, si occupi nel concreto di organizzare i tanto auspicati Stati Generali, è soltanto utile sovrastruttura: sta ai puri smascherare chi non si attiene all’etica (magari predisponendo cordate) o chi non si attiene alla morale (magari sfruttando privilegi di posizione per acquisire consensi).
Se poi le regole saranno cambiate… ognuno farà in tempo a valutare la loro accettabilità o meno. Alla fine sarà il semplice attivista che decreterà il successo dell’azione di rinnovamento o il fallimento per un’operazione di pochi a svantaggio di molti e, quindi, del Paese.


Uno vale uno, comunque, sappiamo tutti che non significa che l’uno vale l’altro; pertanto è comprensibile che nel tempo si siano potute evidenziare figure-leader di indiscussa intelligenza, capacità di sintesi e di organizzazione, visione politica, carisma. Annullarli a priori è inutile e velleitario: essi sono utili almeno quanto la massa che li sostiene, pur nelle loro differenze, e capaci (che ci piaccia o meno riconoscerlo) di onestà intellettuale, ché non hanno bisogno di vendersi per emergere. Cerchiamo di conservarceli tutti, ché ne avremo bisogno! Facciamo in modo di essere noi alla base, dai territori, i loro mediatori, quelli capaci di smussare gli angoli e giungere alla sintesi!


La piattaforma Rousseau, che tanto ci ha dato, che molto di più avrebbe potuto darci, non è altro che uno strumento, magari meraviglioso, ma sempre uno strumento. E in quanto tale sempre modificabile, migliorabile e, addirittura, sostituibile. Così come strumenti sono le sedi territoriali (per comunicare, non per coltivare feudi!), le agorà, i webinar e così via. È essenziale che tutti si comprenda l’utilizzo di ognuno di questi strumenti (tutti utili, nessuno indispensabile) per il solo scopo di sviluppare, organizzare e promuovere l’azione politica volta al compimento della già citata rivoluzione culturale.
Infine, ultimo punto, ma il più importante: bisogna organizzarsi per fare in modo che l’azione di Governo smetta di asservire e fagocitare il Movimento; cioè ponga rimedio, a mio modesto parere, a quella cecità politica che considera assolto il compito del Movimento soltanto perché esso è giunto nella stanza dei bottoni. Perché così non è: la vera rivoluzione non ha mai fine!

EVOLUZIONE

È stato un atto rivoluzionario partorire nel cielo politico italiano (e non solo… ) 5 Stelle che rappresentassero una nuova luce nel panorama involuto della convivenza sociale italiana (e non solo…). Coloro che per oltre un decennio, percorrendo strade fisiche e metafisiche, si son fatti le ossa ed i muscoli per poi ritrovarsi nelle stanze dei bottoni, sono ancora lì, degni di fiducia, integerrimi, coi loro pregi e difetti, ma coraggiosamente determinati a concretizzare una pacifica rivoluzione sociale, dapprima sognata e adesso quasi tangibile.

Nessuno di loro ha tradito. Semmai il mare è agitato, si fa fatica a nuotare, qualcuno forse perira’, qualcuno allo stremo abbraccera’ qualche relitto galleggiante; ma il viaggio compiuto non può esser riavvolto, qualsiasi sia stato il percorso effettuato.

Spesso conta più il viaggio della meta; e siamo consapevoli che la meta è ancora lontana. La barca utilizzata, forse per vetustà, forse perché fabbricata per navigare in un lago e non su un oceano, probabilmente è prossima ad affondare, ma ci ha portato fin qua! Lo sapevamo: gli Elevati l’avevano predetto che un giorno la barca, sfiancata, sarebbe tornata fasciame!

Non resta che aspettare che giunga il piroscafo d’altura per farci approdare sulla sponda bramata, non vi è scelta diversa possibile. Ma abbiamo una certezza: qualcuno potrà anche perire, ma il programma di viaggio rimane sul diario di bordo; semplicemente sarà realizzato da altro armatore, altri marinai, altro mezzo. L’importante comunque è giungere alla meta!

Sta a noi farci trovare pronti quando avvisteremo il piroscafo all’orizzonte: potremo finalmente liberarci dei giubbotti di salvataggio che ci hanno tenuto a galla per affrontare le forti murate che finalmente ci porteranno nel nuovo mondo: la nostra società finalmente in evoluzione civica.

3 settembre 2019

20 luglio 2019

E se questo Governo cadesse…

…non mi strapperei i capelli!

Senza sensi di colpa ed in tempi non sospetti, fin dal suo concepimento, ho mostrato perplessità, forse anche avversione, per l’attuale contratto stipulato con la Lega, vuoi per la sua limitatezza, vuoi per le omissioni, vuoi per le sue non definizioni. Se fosse stato stipulato con il PD, al di là di vetero posizioni ideologiche, probabilmente sarebbe cambiato poco o nulla nei fatti e nella mia posizione.

Inoltre ho sempre ritenuto che nulla ha a che vedere il background culturale e storiografico del Movimento (e mio!) con quello della Lega (e di Salvini che la impersona) o con quello del PD (l’ottusità del quale è ben rappresentata dalle ultime dirigenze). Insomma: non avrei mai scelto di contrarre matrimonio con una vecchia baldracca discriminatoria che si traveste da sofisticata escort da mille e una notte oppure da un partito elitario e sorosiano che si traveste da buon samaritano alla convenienza del momento.

Sempre un’anima violata mi sarei sentito!

Perché qua non si tratta di scegliere, come si vorrebbe far credere, fra un’area purista e tradizional-ortodossa del Movimento e l’area illuminata di chi ha in mano l’esclusiva del percorso evolutivo dello stesso. Prima di tutto perché il processo evolutivo di un gruppo lo sceglie il gruppo stesso con la propria attività sui territori; ma soprattutto ho l’impressione che si voglia camuffare con tante belle parole e poche intenzioni un nuovo partito politico, di stampo tradizionale, che possa conservare uno status quo di privilegi ad una nuova piccola casta ignava per tornaconto personale. Puttane alla bisogna.

Se poi ti accorgi che il socio in affari ti ha succhiato l’anima senza lasciarti nulla in cambio… non basta dichiarare la tua buonafede e la tua onestà per redimerti dal peccato quantomeno di ingenuità ed egocentrismo: assumendo l’incarico di comandare la nave, non puoi non assumerti la responsabilità di esserti arenato su una secca per fare l’inchino al potente di turno! Schettino docet e, pur se non sbarchi per primo com’egli fece, non puoi ritenerti moralmente estraneo all’esito nefasto.

Se poi ci chiediamo se sia la naturale parabola di un movimento politico che fosse destinato a rimanere nella Storia per aver cambiato il suo corso ed avesse quindi estinta la sua funzione… Beh, non mi pare che sia proprio questo l’esito evocato!

Pertanto: salviamo il salvabile del Movimento e della quota parte di individui che ancora nei suoi obiettivi si riconoscono e sperano e buttiamo a mare un governicchio esoso che ci ha svuotato il portafoglio senza essere riuscito a farci contenti.

VASCO ROSSI

Non sono mai stato un fan sfegatato del Blasco.

Per la mia indole sono più affine ai dipinti ed alla malinconia di Guccini quando son pacato; alla rabbia ed all’eroe perduto e perdente di De Andrè quando mi agito.

Eppure riconosco, più per istinto che per ragione, l’artista ch’è in lui.

Quasi coetanei, diversi per cultura e geografia, egli tocca in me delle corde che suonano soltanto se toccate da un senso universale. Quel senso mai contemplato dalla scienza e che ci eleva a gestire tutto il mondo animato e inanimato, finché Madre Natura lo vuole.
Bisogno di fedi terrene, racconti di avventure, momenti dubbiosi, nebbia e luce, virtuosismi sonori e gesti liberatori, addii ed incontri, commiato dalla realtà e bassezze della vita.

Tutto in caramelle musicali, ora dolci ora frizzanti, ora digestive ora intollerabili.

Un dovere ringraziare.
E non porsi troppe domande.
Lasciarsi andare solo qualche minuto prima di riprendere il cammino.

Come di fronte ad ogni opera d’arte.

24 giugno 2019

LETTERA APERTA AGLI ATTIVISTI DEL M5S.

Sgomberiamo subito il campo da alibi troppo scontati: non necessariamente si dev’essere d’accordo con me, non necessariamente la mia disamina dev’essere interpretata come scelta di schieramento, non necessariamente deve ricevere “like” o condivisioni; essa vuole soltanto essere uno stimolo di riflessione per chi lo voglia cogliere.

Siamo tutti ormai consci del fatto che stiamo attraversando una fase critica della nostra evoluzione politica, non immune e non scollegata dalle criticità che affollano il nostro Paese, l’Europa ed il Mondo. Pertanto certe dichiarazioni che leggo, interviste che si rilasciano, battute al vetriolo indirizzate a Tizio e a Caio non li prendo proprio in considerazione, in quanto ritenuti inutili episodi marginali. Ciò che, invece, attrae la mia attenzione è far finire tutto il nostro dibattito politico-organizzativo con la difesa o l’attacco, anche personale, al Capo Politico del Movimento (al secolo Luigi Di Maio).

Parto dal postulato ch’egli, in ogni atto politico, sia in assoluta buonafede, intellettualmente onesto, dotato di grande capacità di sintesi e pragmatismo, e chi sente di dover affermare il contrario è soltanto carico di astio e rancore per non si sa bene quale motivo.

Detto questo, spesso mi sono chiesto se io, attivista, in passato già in corsa per mettermi a disposizione nel ruolo di portavoce, uomo con discreta esperienza della vita, se non altro per età, sarei stato capace di affrontare ciò che ha dovuto affrontare lui, in senso politico ed in senso personale; e per onestà, almeno con me stesso, tutte le volte mi sono risposto che non sono affatto sicuro che ce l’avrei fatta!

Certo, qualche sbavatura c’è stata, errori se ne sono compiuti, ma nel complesso egli ha retto finora una situazione travolgente per chiunque ed una “impossible mission” che lasceranno segni perenni, non soltanto intellettuali. Pensate, soltanto per un attimo, di sedervi ad un tavolo di concertazione con Salvini e, non bastasse, il fiato sul collo di Conte per giungere a tutti i costi ad un equilibrato e concreto risultato del nostro programma; altro che far tremare i polsi!

Va spezzata una lancia, seppur le critiche possono risultare fondate, a favore dell’accentramento di tante responsabilità di potere su un’unica persona,ma per operare nel mare in tempesta il comandante deve tenere ben saldo il timone in mano, né può correre il rischio di venir rallentato o distratto da piccole beghe o istanze minoritarie. La bontà di un raccolto, se ben s’è arato e seminato e innaffiato, lo si valuta alla fine, quando lo accumuliamo nel deposito; non serve a nulla eliminare il contadino soltanto perché il solco non sempre è perfettamente dritto, soprattutto se le curve sono dettate da rocce affioranti nel terreno! C’è la tentazione del Vaffa, ma da buoni attivisti dovremmo avere sufficiente tolleranza, comprensione, spirito di adattamento e, soprattutto, ben evidenziato lo scopo finale; il vedere che i topi incominciano ad abbandonare la nave perché da qualche parte il nemico ha procurato una falla non aiuta certamente il comandante a governare il natante, ma risulterebbe certamente più utile il darsi comunque da fare, insieme, per arginare al meglio il danno.

E’ facile, a posteriori, dichiararsi contrari al contratto di governo stipulato con la Lega oppure fare le Cassandra della situazione con “io ve l’avevo detto!”, ma in quel Palazzo ove in qualunque direzione avessimo guardato avremmo scoperto di essere circondati da nemici… sareste stati così caparbi da giungere a tutti i costi a manovrare le leve del potere per dare un cenno di speranza al vostro popolo? Tocca dargliene merito, finisca come finisca: Davide contro Golia è già contro la logica, se poi si rischiasse anche di risultare vincenti…

In definitiva: simpatico o antipatico, megalomane o egocentrico, inesperto o machiavellico, ignorante o sapiente, cieco o lungimirante, ce ne fossero altri nella politica italiana come Luigi! Se gli obiettivi saranno colti ce lo dirà il tempo con la naturale dissolvenza del Movimento, in caso contrario faremo in tempo non a linciare qualcuno, ma a proseguire con maggiore tenacia verso quell’orizzonte utopico che ci spinge ormai da dieci anni. Non si vincono le elezioni suscitando pretestuose epurazioni, non si perderà il lavoro fatto se terremo tesoro dell’esperienza e degli errori commessi; non una questione di uomini, insomma, ma di metodo.

Per il resto potremo dire di aver riportato l’etica in un microcosmo politico incancrenito e vilipeso da troppi anni di malaffare e interessi privati. Per una sentenza aspettiamo almeno il progredire della storia.

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